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domenica 19 aprile 2015

Pontificato e sacerdozio nell'antica Roma

Processione di sacerdoti fra cui Augusto, nella
sua funzione di pontefice massimo, dall'Ara Pacis.
Il pontefice massimo o pontifex maximus era un magistrato della religione romana. Nella Roma arcaica, era una sorta di esperto di tutto il complesso delle cose sacre, più che un sacerdote, come invece sarà poi in epoca successiva.
Il suo cui compito principale era quello di indicare e suggerire, alle autorità e ai privati, il modo più opportuno per adempiere agli obblighi religiosi affinché fosse salvaguardata la pax deorum, una responsabilità di tanto rilievo che conferiva al Pontefice un’altissima autorità ed un immenso prestigio all’interno della comunità.
Pax deorum è un'espressione adoperata in diritto penale romano, nel periodo regio, per indicare una situazione di concordia tra la comunità dei cives e le divinità della religione romana. È importante dire che la funzione di far mantenere la Pax deorum all'interno della società era affidata al collegio dei pontefici che affiancava spesso il rex in ogni sua scelta e che la Pax deorum è collegabile anche al raggiungimento della concordia civium (concordia civile) all'interno della società, cioè la pace tra le varie classi sociali. È opportuno sottolineare che la commissione di un delitto da parte di un cives, arrecava grave offesa agli dei, provocandone l'ira (secondo le comuni convinzioni di quel tempo) nei confronti della comunità. Onde evitare la reazione divina, si rendeva sostanzialmente necessario sopprimere il colpevole, oppure (nei casi meno gravi) sacrificare alla divinità un animale a titolo di espiazione. Successivamente, in età classica, il colpevole veniva dichiarato sacer, cioè gli veniva tolta la protezione degli dei sicché potesse essere ucciso da un qualunque vendicatore.
Lupercalia, festa religiosa romana.
La sacertà (dal latino sacertas), secondo il diritto romano, era una sanzione a carattere giuridico-religioso inflitta a colui che determinava, con la propria condotta, una infrazione della pax deorum; ad esempio disonorava i vincoli di carattere sociale e religioso che regolavano i rapporti tra patronus e cliens, o tra tribuno della plebe e gli altri magistrati. Colui a cui veniva inflitta la sacertà, come sancito dalle cosiddette leges sacratae era consacrato a Giove e il suo patrimonio era consacrato a divinità plebee. La consacrazione alla divinità, però, non avveniva con le modalità del sacrificio rituale, ma era conseguita in via indiretta, garantendo l'impunità a colui che uccidesse il colpevole di un comportamento contrario alle norme vigenti (scritte e non). Il termine è usato sulla base del particolare significato che nella lingua latina assume l'aggettivo sacer (vale a dire "maledetto, colpito da un influsso negativo da parte degli dei"). Sacer esto ("sia maledetto") era la formula penale con cui si consacrava qualcuno agli dei inferi (formula presente nelle leggi delle XII Tavole). Nella lingua italiana, oltre a un significato specifico del lessico giuridico, il termine è usato anche come sinonimo di sacralità, come la parola sacerdote, ad indicare l'aura di presenza del divino che rende una persona, un oggetto o un luogo sacro, cioè degno di venerazione.

Saturnalia, festa religiosa in onore
 di Saturno.
Scrive Sesto Pompeo Festo: « Il mos è l'usanza dei patres (padri, da cui il termine patrizi), ossia la memoria degli antichi relativa soprattutto a riti e cerimonie dell'antichità. » I mores, dal periodo regio all'età imperiale, vengono a identificarsi come un corpo di principî e di valori, non scritti, esemplari per la comunità. Le prime codificazioni scritte del diritto romano saranno le leggi delle XII tavole (duodecim tabularum leges), un corpo di leggi compilato nel 451-450 a.C. dai decemviri legibus scribundis, contenenti regole di diritto privato e pubblico derivate dalle più antiche mores, dalle varie lex regia e molte delle pronunce dei vari pontefici. (Per "Le leggi delle XII tavole dell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI).
La lex regia (legge regia) è un atto normativo emanato dal rex, con l'appoggio del pontefice massimo, nell'antica Roma monarchica. Il pontefice massimo o pontifex maximus era un magistrato della religione romana, una sorta di esperto di tutto il complesso delle cose sacre. Più che un sacerdote (come invece sarà poi in epoca successiva), aveva il compito di indicare e suggerire, alle autorità e ai privati, il modo più opportuno per adempiere agli obblighi religiosi affinché fosse salvaguardata la pax deorum, la concordia tra la comunità e le divinità, una responsabilità di tanto rilievo che conferiva al Pontefice un’altissima autorità ed un immenso prestigio. Pontifex (= pontem facere) significa in latino "costruttore di ponti", così come in Grecia c'erano i gephyraei, sacerdoti il cui nome aveva lo stesso significato; questa similarità tra i nomi dei due sacerdozi, ne fa presumere una comune origine indo-europea. In epoca antica, in Tessaglia, le immagini degli dei da venerare venivano poste sopra il ponte sul fiume Peneus e da questo precedente discenderebbe il nome dei pontefici. 
Ricostruzione del ponte Sublicius. Licenza:
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pons_Sublicius
_-_Project_Gutenberg_eText_19694.jpg#/media/File:
Pons_Sublicius_-_Project_Gutenberg_eText_19694.jpg
 
In ambiente latino arcaico rimane il collegamento tra i pontefici ed i ponti: il primo ponte di Roma, il Sublicius, era infatti restaurato a cura del collegio pontificale e questo accostamento con la tradizione greca potrebbe essere un ulteriore indizio a sostegno dei miti relativi alla fondazione di Roma, che insistono sui contatti avuti tra le popolazioni latine e italiche con alcuni profughi provenienti dalla Grecia. Questo accostamento con la tradizione greca potrebbe essere un ulteriore indizio a sostegno dei miti relativi alla fondazione di Roma, che insistono sui contatti avuti tra le popolazioni latine ed alcuni profughi provenienti dalla Grecia.

Moneta raffigurante Marco Emilio
Lepido nell'incarico di pontefice
massimo. 
Nella fase primitiva della Roma monarchica, l’organizzazione giuridica era permeata di ispirazione religiosa, al punto da creare una quasi totale mescolanza tra i due ambiti; i pontefici avevano il pieno controllo del culto pubblico e privato, e di conseguenza anche il controllo dell’intera vita pubblica. Il pontefice era quindi anche l'unico interprete dell'ordinamento giuridico in quanto depositario della sapienza giuridica ed in particolare dei formulari del diritto. Non era solo un ermeneuta, decifratore dei segni divini, ma fungeva da mediatore tra l'ordinamento giuridico esistente e la società. Le delibere dei pontefici non avevano valore di generalità e astrattezza, ma si pronunciavano sul punto di diritto del caso concreto, alla fattispecie contingente (interpretatio pontificum). Quindi tra i compiti del pontefice vi era anche quello di regolare il Calendario e di scrivere gli Annali di Roma. Gli Annales Pontificum rappresentavano il catalogo ufficiale di tutti gli avvenimenti dell'anno, redatti in ordine cronologico; venivano compilati su Tabulae dealbatae (tavole bianche, o sbiancate) e venivano esposti davanti alla casa del pontefice massimo. In un secondo tempo, gli Annali vennero raccolti in 80 libri, detti Annales Maximi.
Romano con toga
praetexta.
Con tali attribuzioni, il pontefice, di fatto se non di diritto, rappresentava una figura limitativa del potere e dell’autorità del re (che inizialmente era un re-sacerdote), il quale doveva riconoscergli il ruolo preminente di depositario della sapienza giuridica.
Littore con fascio littorio.
Il pontifex maximus, presidente e rappresentante del collegio dei sacerdoti, ancora verso la fine della repubblica rivestiva, da un punto di vista formalmente gerarchico, il quinto posto (dopo il rex sacrorum, il sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo dai re, ed i tre Flamini maggiori: il Dialis, il Martialis ed il Quirinalis).
Il suo potere divenne tale da subordinare, di fatto, quello del rex sacrorum e da consentirgli giurisdizione sui Flamini e sulle Vestali.
Tutti i componenti del collegio dei sacerdoti avevano diritto alla toga praetexta, ai littori ed alla sella curulis.
Sella curule.
Molte delle pronunce pontificali sono state tramandate oralmente per molto tempo, fino ad essere inserite, in una sorta di giurisprudenza, nella legge delle XII tavole nel 451-450 a.C.
Per quanto concerne la nomina dei pontefici veniva usato il sistema della cooptatio (designazione da parte dei componenti già in carica) fino al 104 a.C., quando la legge Domizia introdusse l’elezione popolare.

La carica di pontefice massimo, anche se di carattere più che altro rappresentativo, era il massimo grado religioso al quale un romano poteva aspirare, secondo la tradizione istituita dal secondo re di Roma, Numa Pompilio. Era il capo del collegio dei sacerdoti, i pontefici, che presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso. Nominava le vestali, i flamini e il rex sacrorum (sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo dai re).
Ha avuto per anni il totale controllo del diritto romano. Infatti regolava i fasti e compilava annualmente la tabula dealbata e gli annales pontificum oltre ad avere il compito di interpretare i mores e collaborava per l'emanazione della lex regia insieme al rex. Gaio Giulio Cesare fu pontefice massimo, come anche gli imperatori che regnarono dopo di lui, fino al 375, quando Graziano rinunciò alla carica, perché ritenuta incompatibile con la religione cristiana ch'egli professava.


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I Patrizi dell'antica Roma

Un patronus riceve dei clientes, dal
dipinto "Il concerto di flauto"
di Gustave Boulanger (1824 - 1888).
Il mos maiorum (dal latino mōs maiōrum, letteralmente «costume degli antenati») è il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana.
Il termine mores, il plurale di mos, era già usato nel periodo protostorico dalle tribù stanziate nel territorio laziale, in riferimento a usi di tipo magico-religioso. Ne dà una definizione Sesto Pompeo Festo: « Il mos è l'usanza dei patres (padri, da cui il termine patrizi), ossia la memoria degli antichi relativa soprattutto a riti e cerimonie dell'antichità. »  
Sui patrizi scrive Plutarco:
« I membri del Senato erano chiamati patrizi, secondo alcuni perché erano padri di figli legittimi, secondo altri perché erano in grado di indicare i rispettivi padri, cosa non facile per tutti coloro che si erano trasferiti nella nuova città. Altri ritengono che il nome derivi da "patronato", nel significato di ricevere "protezione", ritenendo che tale termine derivi da Patrone, uno dei compagni di Evandro, che era sempre pronto a prestare aiuto ai bisognosi. » (Plutarco, Vita di Romolo, 13, 3-4.)
Erano anche, sempre secondo lo stesso Plutarco, quei cittadini più illustri e potenti della nuova città che dovevano prendersi cura dei più deboli ed indifesi, con premura paterna.
Per Dionigi di Alicarnasso, Romolo suddivise il popolo romano in Patrizi e Plebei, contando tra i primi quelli notevoli per nasciti, virtù e danaro e tra i secondi gli altri.
Secondo Tito Livio, i Patrizi erano i discendenti di quei cento Patres che formarono il primo Senato romano, al tempo di Romolo.
Inizialmente ai patrizi Romolo assegnò tutte le magistrature romane, come l'appartenenza al Senato e l'investitura alle cariche religiose e giudiziarie. Romolo avrebbe creato anche il rapporto di patronato tra i Cliens e i Patrono, ponendo i plebei in posizione giuridicamente dipendente dai patrizi.
Jacques-Louis David, 1784 - "Il giuramento
degli Orazi". Licenza http://it.wikipedia.org
/wiki/File:Orazi.jpg#/media/File:Orazi.jpg
Il numero dei patres raddoppiò quando ai 100 romani furono affiancati 100 sabini, al tempo di Romolo e Tito Tazio. L'appartenenza a questa classe era dunque fissata dalla nascita piuttosto che dall'agiatezza economica la quale, soprattutto a seguito dell'afflusso di ricchezze dalle colonie, caratterizzò anche altri strati sociali (come gli equites). Essi avevano tutti i diritti e i privilegi dell'epoca, fra i quali alcuni anche unici, come per esempio l'accesso alle cariche senatorie e molti sacerdozi. I Patrizi facevano dunque parte della classe degli optimates, traducibile con "i migliori", cioè gli aristocratici. I patrizi erano ovviamente conservatori, anche se alcuni di loro (come nientemeno che Gaio Giulio Cesare) erano più aperti e arrivavano ad abbracciare la causa dei populares, la gente non-nobile.

All'inizio della Repubblica romana, i patrizi formavano l'élite di potere, su base ereditaria,
all'interno dello stato e ad essi era riservata la possibilità di rivestire le magistrature e di governare lo stato. La chiusura del gruppo era sottolineata dalla proibizione dei matrimoni con i non-patrizi, o plebei. Tale situazione comportò ben presto una serie di conflitti noti, nel loro insieme, come Conflitto degli Ordini (per il post "Conflitto degli Ordini e Secessione della Plebe nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI) per cui si andò, giocoforza, nella direzione di un allargamento degli incarichi istituzionali anche ai plebei. In seguito al celebre episodio della secessione della plebe sul Montesacro del 494 a.C., fu istituita una nuova magistratura, quella dei tribuni della plebe, che poteva essere rivestita solo da plebei, con ampi poteri a tutela della loro classe. 
Jean-Baptiste Topino-Lebrun, 1782 -
"Morte di Gaio Sempronio Gracco".
Licenza http://commons.wikimedia
.org/wiki/File:Death_of_Gaius_
Gracchus.jpg#/media/File:Death
_of_Gaius_Gracchus.jpg
 
Dagli anni 320 a.C., tutte le magistrature erano aperte anche ai plebei. Lo status dei due gruppi si andò parificando e nel frattempo il numero delle famiglie patrizie iniziò a diminuire. Il patriziato venne ampliato con l'immissione di nuove famiglie nel Senato, che più tardi provennero anche dalle élite provinciali dei popoli conquistati e più profondamente romanizzati.
Nel I secolo a.C. la magistratura del tribunato era divenuta un importante strumento della lotta politica e nel 59 a.C. il patrizio Clodio si fece adottare da un plebeo (sebbene il padre adottivo fosse più giovane di un anno) per poter essere eletto tribuno della plebe. Rimaneva tuttavia riservata al patriziato la carica religiosa a vita di pontefice massimo (pontifex maximus), che fu rivestita per esempio da Gaio Giulio Cesare.
Tra le più importanti famiglie patrizie della storia repubblicana si possono citare i Cornelii, i Valerii, gli Iulii, i Claudii, gli Emilii ed i Fabii.
Il ritratto romano repubblicano è una forma artistica dell'arte romana, databile tra l'inizio del I secolo a.C. e il 50 a.C. circa. L'importanza di questo produzione artistica è dovuta alla novità, rispetto ai precedenti ritratti ellenistici, del cosiddetto "verismo", che esprime nella durezza del modellato tutta quella serie di valori tradizionali romani che accomunavano la classe patrizia romana. 
Testa 535 della collezione
a villa Torlonia, a Roma
o patrizio Torlonia o
anche Catone il vecchio.
La testa 535 della Collezione Torlonia, detta anche patrizio Torlonia ritrae un ignoto personaggio virile ed è il capolavoro del cosiddetto ritratto romano repubblicano, cruda effigie del patriziato romano durante il periodo di Silla. Si tratta di una copia di epoca tiberiana (I secolo d.C.) di un originale databile al decennio 80-70 a.C. In quest'opera sono ben evidenti tutte quelle caratteristiche che i patrizi dell'epoca volevano mettere in evidenza, in una dura epoca che vedeva finalmente trionfare le loro ambizioni dopo i momenti difficili della lotta ai Gracchi, dell'avanzata della plebe e delle guerre civili fra Gaio Mario e i suoi sodali per i populares, sostenitori dei diritti della plebe a condividere gli incarichi pubblici e gli optimates guidati da Lucio Cornelio Silla, che pur di reintrodurre i privilegi di governo dell'aristocrazia patrizia, (come ad esempio il senato, a cui potevano accedere solo i patrizi), minò le fondamenta della res publica facendo scorrazzare il suo esercito armato per Roma, seminando morte e rovina, ma soprattutto dileggiando la regola che proibiva armi ed armati all'interno dei confini della città. La testa 535 della Collezione Torlonia appare particolarmente secca e asciutta, la minuziosa rappresentazione dell'epidermide non risparmia nessuno dei segni della vecchiaia: anzi essi stanno a significare la dura vita contadina e militare del patrizio, la fierezza inflessibile della sua casta e un certo sdegno, eloquentemente rappresentato dal taglio duro della bocca e dall'espressione ferma e sprezzante dello sguardo. Il notevolissimo realismo veicola quindi un preciso messaggio politico e sociale.
Polibio descrive dettagliatamente la consuetudine, nel patriziato romano, dello ius imaginum, riconosciuta e disciplinata, che consisteva nel privilegio di tenere immagini degli avi nel cortile interno della casa (atrio). Questo diritto di tenere ritratti degli avi era ad appannaggio anche delle donne. Per questo si replicavano molte volte, in periodi differenti, le immagini che originariamente erano di cera, poi di bronzo e di marmo. Il ritratto era qualcosa di privato, ma nell'accezione romana, che comprendeva anche lo Stato come suprema famiglia, entro la quale ogni cives aveva un ruolo nella Res publica. Il ritratto assumeva così anche valenze politiche, legate al vanto di avere avi illustri ed all'esempio che le loro figure potevano dare ai giovani, spronati ad eguagliare le imprese più grandi per accrescere la potenza di Roma. La committenza dei ritratti era quindi legata indissolubilmente al patriziato ed ebbe il maggior splendore nell'età sillana. 
Togato Barberini
con le immagini
dei suoi avi. Da:
http://commons.wikimedia
.org/wiki/File:Togatus_
Barberini_2392.PNG#
/media/File:Togatus_
Barberini_2392.PNG
Rende bene questa idea la statua del Togato Barberini, già ai Musei Capitolini e oggi alla Centrale Montemartini di Roma, dove un personaggio mostra con orgoglio i ritratti dei propri antenati, evidenziando in questa usanza la propria casta e esaltando la sua gens. La stessa statua dimostra anche come queste effigi non fossero ancora nello stile realistico tipico dell'epoca di Silla, ma seguissero il mite naturalismo ellenistico.

In epoca imperiale il patriziato cessò progressivamente di avere importanza pratica (lo stesso Senato con il passare del tempo vide i suoi poteri esautorati dal potere imperiale), ma conservava ugualmente grande prestigio. Sotto l'imperatore Costantino I il termine divenne un titolo onorifico, attribuito ai collaboratori più fedeli, e riservato a pochissimi personaggi. Nel V secolo indicava prevalentemente il generale dell'esercito (magister militum), spesso di origine barbarica, che reggeva in sostanza il governo dello stato e a volte giunse a creare e deporre gli imperatori a suo piacimento. Uno dei primi fu il generale Stilicone, a cui Teodosio I aveva affidato alla sua morte il figlio Onorio, a cui era stato lasciato l'Impero d'Occidente. Altri patrizi furono Ezio, Ricimero e Odoacre, il quale nel 476 depose quello che viene tradizionalmente considerato l'ultimo imperatore romano d'occidente, Romolo Augusto.
A partire dal 700 d.C. il titolo di patrizio venne utilizzato in sud-Europa occidentale per indicare quella classe nobiliare che governava su di un comune, quindi un municipio, o su una repubblica aristocratica mentre nell'impero bizantino indicava una dignità di corte.


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sabato 18 aprile 2015

Mos maiorum e Humanitas nell'antica Roma

I mores prediletti di Cesare
Ottaviano Augusto.
Il mos maiorum (dal latino mōs maiōrum, letteralmente «costume degli antenati») è il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana. Per una società patriarcale come quella romana, le tradizioni erano il fondamento dell'etica, e comprendevano innanzitutto il senso civico, poi la pietas, il valore militare, l'austerità dei comportamenti e infine il rispetto delle leggi.

Nel complesso della religione romana, la pietas (sentimento di devozione), era impersonificata dalla dea preposta al compimento del proprio dovere nei confronti dello Stato, delle divinità e della famiglia, dallo stesso nome Pietas, i cui attributi erano dei bambini o una cicogna.
Moneta del 340 e.v. con Flavia
Massimiana Teodora su in lato
e Pietas, con un bambino
al seno, sull'altro.
Pietas era, fra l'altro, una delle divinità indigetes, (gli dei indigeni), il gruppo di divinità e spiriti della religione e della mitologia romana primitive, non adottati da altre religioni e le fu dedicato un tempio, nel II secolo a.C., nel Foro Olitorio, poi distrutto per la costruzione del contiguo teatro di Marcello. Rappresentata spesso sulle monete come una figura femminile offerente incenso su un altare oppure recante un bambino al seno, nell'iconografia imperiale Pietas veniva spesso associata alle donne legate all'imperatore, in quanto la pietas era una virtù che ben si confaceva loro.

Il termine mos (al plurale, più comune, mores) viene tradotto comunemente, ma in maniera riduttiva, con "costumi". In realtà il termine latino è molto più ricco semanticamente e ha valore insieme ideale e pragmatico, in quanto comprende il sistema di valori di un singolo individuo o di una società e, contemporaneamente, la prassi che coerentemente ne deriva. Da mos deriva l'italiano "morale".
Il termine mores era già usato nel periodo protostorico dalle tribù stanziate nel territorio laziale, in riferimento a usi di tipo magico-religioso. Ne dà una definizione Sesto Pompeo Festo:
« Il mos è l'usanza dei patres (padri, da cui il termine patrizi), ossia la memoria degli antichi relativa soprattutto a riti e cerimonie dell'antichità. » I mores, dal periodo regio all'età imperiale, vengono a identificarsi come un corpo di principî e di valori, non scritti, esemplari per la comunità.
Le prime codificazioni scritte del diritto romano saranno le leggi delle XII tavole (duodecim tabularum leges), un corpo di leggi compilato nel 451-450 a.C. dai decemviri legibus scribundis, contenenti regole di diritto privato e pubblico derivate dalle più antiche mores e lex regia. (Per "Le leggi delle XII tavole dell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI). La lex regia (legge regia) è un atto normativo emanato dal rex (con l'appoggio del pontefice massimo) dell'antica Roma monarchica. Il pontefice massimo o pontifex maximus era un magistrato della religione romana, una sorta di esperto di tutto il complesso delle cose sacre. Più che un sacerdote (come invece sarà poi in epoca successiva), aveva il compito di indicare e suggerire, alle autorità e ai privati, il modo più opportuno per adempiere agli obblighi religiosi affinché fosse salvaguardata la pax deorum, la concordia tra la comunità e le divinità, una responsabilità di tanto rilievo che conferiva al Pontefice un’altissima autorità ed un immenso prestigio. Pontifex (= pontem facere) significa in latino "costruttore di ponti", così come in Grecia c'erano i gephyraei, sacerdoti il cui nome aveva lo stesso significato; questa similarità tra i nomi dei due sacerdozi, ne fa presumere una comune origine indo-europea. In epoca antica, in Tessaglia, le immagini degli dei da venerare venivano poste sopra il ponte sul fiume Peneus e da questo precedente discenderebbe il nome dei pontefici. 
Ricostruzione del ponte Sublicius.
Licenza: http://commons.wikimedia.
org/wiki/File:Pons_Sublicius_-_
Project_Gutenberg_eText_19694.jpg#
/media/File:Pons_Sublicius_-_Project
_Gutenberg_eText_19694.jpg
In ambiente latino arcaico rimane il collegamento tra i pontefici ed i ponti: il primo ponte di Roma, il Sublicius, era infatti restaurato a cura del collegio pontificale e questo accostamento con la tradizione greca potrebbe essere un ulteriore indizio a sostegno dei miti relativi alla fondazione di Roma, che insistono sui contatti avuti tra le popolazioni latine e italiche con alcuni profughi provenienti dalla Grecia.
Il mos maiorum, fondendosi all'insieme di valori acquisiti in seguito all'ellenizzazione della cultura latina, darà vita alla humanitas.
L'ideale di humanitas è senz'altro il contributo più alto che il Circolo degli Scipioni offrì alla romanità. Con essa si tende a concepire quegli ideali di attenzione benevola tra gli uomini che prescindono da pregiudizi di razza, religione e cultura. Il circolo degli Scipioni era un gruppo di nobili romani, fra cui Gaio Lelio, Scipione Emiliano e Furio Filo, che verso la metà del II secolo a.C. si resero promotori a Roma, ma non solo, di attività ed interessi letterari, filosofici e culturali di orientamento ellenistico. Gli Scipioni sostennero la cultura greca ed erano convinti che Roma dovesse aprirsi alle culture più complesse e avanzate. Protettori di Gaio Lucilio e Terenzio, ebbero stretti contatti con grandi personaggi della cultura greca del tempo, fra cui Panezio e Polibio, ed esercitarono una notevole influenza sullo sviluppo della letteratura e della cultura latina. Ad essi era opposta l'area conservatrice del senatodetentrice delle tradizioni del mos maiorum rappresentata da Marco Porcio Catone
Con l'elenizzazione ai Mores si affiancò l'ideale della
Humanitas. Tratto da Gabriella Giudici: https://
scienzeumanegiudici.files.wordpress.com/2012/08/
humanitas-romana.jpg. Clicca per ingrandire.
il censore. Molte opere del commediografo latino Terenzio (184-159 a.C.) sono considerate da molti studiosi, idee provenienti dal pensiero del "circolo scipionico". Il termine Circolo degli Scipioni, accettato dagli storici moderni, venne già adottato da Cicerone. Dopo la morte di Scipione l'Africano, nel 183 a.C., si concluse la prima fase del Circolo.
Il concetto di humanitas ha la sua prima implicita formulazione nell'opera letteraria di Terenzio, autore di teatro, che sviluppa in modo approfondito i rapporti interpersonali e i caratteri psicologici dei suoi personaggi. Per humanitas si intende una concezione etica basata sull'ideale di un'umanità positiva, fiduciosa nelle proprie capacità, sensibile e attenta ai valori interpersonali, ai valori romani e ai sentimenti. Ciò che conta è che questo ideale sia valido per tutti gli uomini, senza distinzioni etniche, sessuali o sociali. Terenzio scriverà appunto: "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", ovvero: "Sono un uomo: nulla di umano reputo a me estraneo".
I principi dell'humanitas sono tre:
- Sul piano politico, il dovere di porsi al servizio dell'umanità. Da qui scaturisce la giustificazione teorica dell'impero di Roma, che ha il compito di proteggere tutte le genti ed assicurare loro la pace e la giustizia.
- L'affermazione dell'autonomia della persona. Sul piano politico questa affermazione corrisponde a un riconoscimento delle singole personalità che si sottraggono all'etica collettivistica dell'antica disciplina romana.
- Il terzo deriva dal secondo ed è la giustificazione dell'attività culturale (otium) come autonoma ed avente una sua dignità, non meno dell'attività politica (negotium).
Il concetto di humanitas verrà in seguito largamente ripreso in ambito rinascimentale da parte di Coluccio Salutati, il quale per primo renderà a questo vocabolo una connotazione legata a quella fase storica (ossia l'umanesimo). Più precisamente Salutati definisce questa parola come un qualcosa che comprende in sé più di quanto comunemente si creda.


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