Il peso dell'asse (aes grave) era pari ad una libbra romana (327,46 g) e avendo un peso costante può essere considerata come una prima unità di misura della monetazione, infatti il valore nominale, ossia quello "stampato, o meglio impresso sulla moneta" era uguale al valore intrinseco. Queste monete erano diverse per fattezza ma avevano lo stesso peso e quindi lo stesso valore standard. Multipli dell'asse furono il dupondio (2 assi), il tripondio (3 assi) ed il decusse (10 assi). Frazioni dell'asse furono il semisse (mezzo asse), il triente (un terzo d'asse), il quadrante (un quarto d'asse), il sestante (un sesto d'asse) e l'oncia (un dodicesimo d'asse).
Con il passaggio alla monetazione "al martello", l'asse diventerà una moneta fiduciaria, il cui valore non sarà più legato al contenuto in metallo. Il peso dell'asse conobbe una progressiva diminuzione, acquisendo via via il peso delle sue frazioni: mezza libbra romana nel 286 a.C., un sesto di libbra nel 268 a.C., 1 oncia (cioè un dodicesimo di libbra) nel 217 a.C. e mezza oncia nell'89 a.C. L'uso del bronzo in periodo repubblicano terminò nel 79 a.C., per riprendere solo durante il principato.
Nel I secolo d.C. con un asse
si potevano acquistare 542 grammi di grano, due chili di lupini, un
quarto di vino comune, mezzo chilo di pane, o entrare alle terme;
quindi un asse poteva valere all'incirca 0,5 € e un sesterzio circa 2 €.
Lo schema del numero di centurie nell'esercito, espresso dalla ripartizione in classi a seconda del censo dei cittadini, dato da Livio in I, 43 (Tito Livio, Patavium, l'attuale Padova, 59 a.C. - Patavium, 17 d.C., è stato l'autore della “Ab Urbe condita”, una storia di Roma dalla sua fondazione fino al 9 a.C.) e da Dionisio in IV, 16 segg. (Dionigi di Alicarnasso o anche Dionisio di Alicarnasso, Alicarnasso, 60 a.C. circa - 7 a.C., la sua opera principale è stata Antichità romane) è il seguente:
la cavalleria (gli equites) contava 18 centurie, 6 delle quali, col nome di sex suffragia, erano le sei centurie di èquites equo publico che aprivano la votazione nei comitia centuriata e avevano quindi una certa posizione di privilegio, poiché potevano determinare, insieme al resto della cavalleria e alla prima classe, la maggioranza nelle votazioni.
Le centurie della fanteria (i pedites) erano ripartite, secondo il censo, in classi e in ciascuna di esse vi erano pari centurie di seniores e di iuniores:
la prima classe contava 40 centurie di seniores e 40 di iuniores, complessivamente 80;
la seconda, la terza e la quarta erano composte ciascuna da 10 centurie di seniores e 10 di iuniores, in totale 20 per classe;
la quinta aveva 30 centurie (15 di seniores e 15 di iuniores).
Infine, erano assegnate agl'inermi 5 centurie, e precisamente due al genio (fabri tignarii ed aerarii), due alla fanfara (tubicines e cornicines), una agli accensi velati, portatori di bagagli e, all'occorrenza, complementi.
Totale 18+80+20+20+20+30+5=193.
Tutti i cittadini atti alle armi, cioè i maschi dai 17 ai 60 anni, facevano parte dei comizi centuriati ma, risultando la deliberazione dell'assemblea non ottenuta dalla maggioranza dei voti individuali bensì da quelli prevalenti nelle centurie, che abbondavano nella prima classe (80) e calavano progressivamente nelle classi inferiori, la prima classe e i cavalieri possedevano la maggioranza delle centurie e quindi i voti dei più abbienti prevalevano su quelli dei meno facoltosi, così come i voti dei seniores (dai 46 ai 60 anni) prevalevano sugli iuniores (dai 17 ai 45).
Infatti le centurie non erano chiamate a votare contemporaneamente, né era necessario che votassero tutte. Per prime erano chiamate le sex suffragia della cavalleria di ordine pubblico, poi il resto dei cavalieri e la prima classe; le classi successive venivano chiamata soltanto se non si fosse raggiunta la maggioranza nell'esito della votazione. Quindi, quando lo scrutinio delle centurie del primo bando annoverava 97 voti in un senso, su un totale di 193 centurie, il comizio si scioglieva ed era comunque molto raro che le operazioni procedessero fino alla quinta classe.
Le centurie dei cavalieri più quelle della I classe ammontavano a 98 in totale e disponevano quindi della maggioranza; ciò spiega quindi come, nell'attività elettiva e legislativa dell'assemblea centuriata, prevalessero gli interessi dei ceti economicamente più elevati.
Lo schema del numero di centurie nell'esercito, espresso dalla ripartizione in classi a seconda del censo dei cittadini, dato da Livio in I, 43 (Tito Livio, Patavium, l'attuale Padova, 59 a.C. - Patavium, 17 d.C., è stato l'autore della “Ab Urbe condita”, una storia di Roma dalla sua fondazione fino al 9 a.C.) e da Dionisio in IV, 16 segg. (Dionigi di Alicarnasso o anche Dionisio di Alicarnasso, Alicarnasso, 60 a.C. circa - 7 a.C., la sua opera principale è stata Antichità romane) è il seguente:
la cavalleria (gli equites) contava 18 centurie, 6 delle quali, col nome di sex suffragia, erano le sei centurie di èquites equo publico che aprivano la votazione nei comitia centuriata e avevano quindi una certa posizione di privilegio, poiché potevano determinare, insieme al resto della cavalleria e alla prima classe, la maggioranza nelle votazioni.
Le centurie della fanteria (i pedites) erano ripartite, secondo il censo, in classi e in ciascuna di esse vi erano pari centurie di seniores e di iuniores:
la prima classe contava 40 centurie di seniores e 40 di iuniores, complessivamente 80;
la seconda, la terza e la quarta erano composte ciascuna da 10 centurie di seniores e 10 di iuniores, in totale 20 per classe;
la quinta aveva 30 centurie (15 di seniores e 15 di iuniores).
Infine, erano assegnate agl'inermi 5 centurie, e precisamente due al genio (fabri tignarii ed aerarii), due alla fanfara (tubicines e cornicines), una agli accensi velati, portatori di bagagli e, all'occorrenza, complementi.
Totale 18+80+20+20+20+30+5=193.
Il rapporto fra le centurie dell'esercito e quelle dei comizi centuriati rimane piuttosto oscuro. Secondo una dottrina ispirata alle dichiarazioni di Dionisio, sembra che ogni centuria dell'ordinamento serviano (o almeno ogni centuria di iuniores nelle classi dei pedites) dovesse fornire alle leve annuali un contingente di 100 uomini. Ma anche calcolando in 19 le campagne alle quali ogni iunior era tenuto a partecipare entro i 28 anni d'iscrizione, il continuo guerreggiare dei Romani e il calcolo dei morti in battaglia e d'invalidi, presupporrebbe negli iuniores della prima classe, centurie di 300 uomini (e di 100 nei seniores); sicché alla prima classe avrebbero dovuto appartenere 16.000 uomini validi. Quanto alle classi inferiori, anche a voler ammettere che l'addensamento non superasse da classe a classe il 33%, non avrebbero potuto aver meno di 40.000 uomini complessivamente: con la cavalleria e il proletariato, si sarebbero raggiunti 60.000 uomini validi, un numero di cui Roma non poteva disporre al tempo del re Servio e nemmeno per secoli a venire. Si aggiunga che non solo le operazioni del censimento, ma anche quelle della leva annuale si facevano, come concordemente rilevano gli antichi, fra le tribù in cui la popolazione era divisa (nella sistemazione definitiva le tribù erano 35, 4 urbane e 31 rustiche).
Pare quindi che le due iscrizioni di ogni cittadino fossero indipendenti, e si consideri poi che vista la maggioranza dei cavalieri e prima classe nelle votazioni dei comizi centuriati, devono essere state minime le occasioni di voto delle altre classi.
Probabilmente la consapevolezza dei Romani di determinare il proprio destino (homus faber), concetto che li faceva sentire liberi da condizionamenti di entità immateriali e li rendeva consapevoli della propria autodeterminazione nella vita, gli permise la realizzazione di progetti grandiosi, in vari ambiti, compreso quello di modificare l'ambiente a misura delle proprie esigenze.
E dunque, prima per necessità militari, poi per ragioni logistiche, sono state le legioni ad edificare le strade, gli acquedotti, valli, fortificazioni e ponti nei territori di Roma, così come le "macchine" da guerra e le opere pubbliche.
Dal 312 a.C. a
Roma inizia la
costruzione delle
strade e degli
acquedotti.
La prima strada consolare a essere costruita fu la
Via Appia. La costruzione delle strade inizialmente era stata dettata dalla necessità di spostare rapidamente le truppe in qualsiasi regione conquistata, ed infatti le prime strade furono costruite proprio dai legionari. Anche se in principio avevano una funzione militare permisero un notevolissimo sviluppo al commercio dell'Urbe favorendo lo spostamento di merci e mercanti, oltre che della gente comune e dei messaggeri. In poco tempo le prime vie Consolari come: l'Appia, l'Aemilia, la Salaria, la Postumia ed altre, vennero prolungate, fino a formare un complesso sistema che permetteva di raggiungere qualsiasi punto dell'Impero in poco tempo; si calcola che furono costruite più di 29 strade che percorrevano oltre 120.000 Km (due volte il giro della Terra!). Le strade romane avevano il compito fondamentale di mettere in comunicazione Roma con il resto dello Stato nel modo più rapido effettuabile. Per questo venivano tracciate il più rettilinee possibile per evitare allungamenti, anche a costo di lasciare isolati i centri più piccoli, i quali venivano comunque collegati con vie secondarie. La necessità di superare ostacoli naturali come specchi d'acqua o colline per dare continuità al tracciato venne compiuta con la costruzioni di mirabili ponti, viadotti e gallerie in parte tuttora praticabili. Ricordiamo per tutti, il ponte più lungo dell'antichità costruito sul Danubio per volere di Traiano, con una lunghezza di oltre 2,5 km.
Questi sono solo alcuni dei segni più imponenti che questa civiltà ci ha lasciato, e che tra l'altro furono per secoli studiati per la loro perfezione. Nel Medioevo, per l'incapacità di eguagliare le strade e i ponti romani, li si chiamava per questo "sentieri dei giganti" e strade o ponti "del diavolo".
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| La via sacra dell'antica Roma. |
La parola miglio deriva dall'espressione latina milia passuum, "migliaia di passi" (al singolare, mille passus = mille passi), che nell'Antica Roma denotava l'unità pari a mille passi (1 passo = 1,48 metri). Occorre ricordare che per gli antichi romani il passus era inteso come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino, quindi il doppio rispetto all'accezione moderna.
Ad ogni miglio, veniva posto ai bordi della strada una pietra cilindrica alta anche 3 o più metri, sulla quale erano incise le miglia percorse dalla città precedente, e quelli alla prossima, oltre che alla distanza da Roma; erano inoltre incisi il nomi di coloro che la facevano costruire. Al centro dell'Urbe, vicino al Foro, l'Imperatore Ottaviano Augusto fece collocare accanto ai Rostri il
Miliarium Aureus ossia una pietra miliare dorata con le distanze di tutte le principali città dell'Impero; inoltre non lontano c'era anche una grande mappa bronzea dell'Impero detta
Forma Imperii, accanto a quella di Roma detta
Forma Urbi. La velocità di percorrenza giornaliera media delle strade era di 30 Km orari in carro, 7-8 Km/h a piedi, ed 80 Km giornalieri al massimo per i messaggeri imperiali del
cursus publicus ossia i corrieri a staffetta per i funzionari di Governo.
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Le strade che gli antichi Romani hanno edificato in Italia. |
Le principali strade in Italia erano:
I. Via Appia: fatta costruita nel 312 a.C. dal console Appio Claudio Cieco, che essendo appunto non vedente, ne controllava la regolarità sfiorandola col palmo del piede. Essendo la più antica delle vie Consolari è chiamata regina viarum, cioè la regina delle strade. Inizialmente fu tracciata fino a Capua, grande centro della Campania, ma fu poi prolungata fino a Beneventum, Venosa, Tarantum e Brundisium ove c'era un importantissimo porto.
Nel II secolo d.C. l'Imperatore Marco Ulpio Traiano crea una un percorso alternativo tra Benevento e Brindisi passando attraverso gli Appennini, dando origine alla Via Appia Traiana, la quale permetteva di risparmiare oltre un giorno di marcia. Questa opera è ricordata sopratutto per il fatto che durante i lavori di costruzione, per riuscire a oltrepassare uno scaglione di roccia molto alto, i Romani lo fecero letteralmente tagliare e tutt'ora è possibile vedere ciò che ne resta.
II. Via Aemilia: altro non era che il proseguimento della via Flaminia verso Nord-Ovest. Essa congiungeva Ariminum con Placentia, toccando Caesena, Forum Livi, Bononia, Mutina, Regium Lepidum e Parma.
III. Via Capua-Rhegium: si staccava dalla via Appia a Capua , proseguiva fino a Rhegium, passando per Consentia e Vibo Valentia.
IV. Via Aurelia: strada costiera che andava a Nord: collegava l'Urbe con Vada Sabatia (Vado Ligure), attraverso Pisae, Luna e Genua. Venne poi edificata la Via Julia Augusta che proseguiva per le Gallie attraversando il sito dei Balzi Rossi, nei pressi dell'attuale confine sulla costa Ligure fra Italia e Francia.
V. Via Domitiana: si separava dalla Via Appia a Sinuessa (Mondragone) e giungeva fino a Neapolis.
VI. Via Popilia-Annia: altro proseguimento della via Flaminia, verso Nord-Est: partiva da Ariminum passando per Rabenna, Atria (Adria), Patavium (Padova), Altinum, Aquileia, Tergeste (Trieste).
VII. Via Latina: collegava l'Urbe direttamente con Capua passando per Anagnia, Frusino, Casinum.
VIII. Via Flaminia: univa Roma con Ariminium (Rimini), toccando Fanum Fortunae (Fano) e Pisuarum.
IX. Via Salaria: prende il nome dalla materia prima (il sale) che per secoli fu trasportata lungo il suo tracciato. Essa partiva da Roma e giungeva fino Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli), passando per Reate e Asculum.
X. Via Postumia: passando per la Pianura Padana univa Genua con Aquileia, attraversando Cremona, Verona, Vicetia.
XI. Via Valeria: collegava l'Urbe Ostia Aterni (Pescara), passando per Tibur (Tivoli) e Teate Marrucinorum (Chieti).
XII. Via Cassia: congiungeva l'Urbe al Nord Italia, passando attraverso Arretium, Florentia, Pistoia, Luca.
XIII. Via Clodia: collegava Roma a Saturnia.
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Manto stradale sezionato che mostra i vari strati di cui erano costituite le strade romane. |
Nonostante le strade fossero ben lastricate, comunque in carro non era possibile andare troppo veloci, anche perché spesso erano tirati dai buoi, si preferivano se possibile i viaggi per mare, che si rivelavano più rapidi ma anche più pericolosi a causa delle frequenti tempeste. Le strade
in epoca imperiale vennero sviluppate soprattutto per garantire un efficiente servizio postale e un rapido spostamento di messaggeri. Per facilitare ciò a intervalli regolari sorgevano stazioni per il cambio dei cavalli (
mutationes) e locande per le soste notturne (
mansiones), che erano attive per tutti anche per i Cittadini i quali all'interno trovavano dipinte sulle pareti delle vere e proprie guide stradali, chiamate "
intineraria picta", con segnalati i punti di sosta tra un itinerario e l'altro, le città, le distanze e tutte le strade importanti. Di queste mappe non sono rimaste tracce, tuttavia esiste una copia d'epoca medioevale di eccezionale importanza, chiamata Tabula Peutingeriana, che ci da un'idea di come fossero strutturate, e quali nozioni geografiche avessero i Romani. Questa mappa, lunga sei metri e alta trenta centimetri rappresenta tutto il mondo conosciuto allora dai Romani dalle colonne d'Ercole fino all'estremo Oriente.
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Roma nella tavola Peutingeriana, copia medievale di una antica carta Romana.
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E' da notare, che
nelle mappe antiche l'Oriente è posto verso l'alto, infatti nella foto della Tabula Peutingeriana qui a lato il tratto di terra orizzontale è l'Italia, e in alto c'è il Mare Adriatico mentre sotto c'è il Mar Tirreno, si notano inoltre
Roma seduta sul trono, e Ostia al di sotto, con il porto. Secondo il Diritto romano, il transito sulle strade dell'Impero era libero, ma la manutenzione del manto stradale spettava agli abitanti della Provincia attraversata dalla strada, tuttavia con la riforma del governo iniziata dall'Imperatore Augusto, la gestione fu affidata al
Curator Viarum che dava l'ordine, o la concessione, per la ristrutturazione o la costruzione della strada. Facendo una piccola osservazione si può ben notare come tutte le autostrade attuali in Europa seguano il percorso delle strade romane, conservandone talvolta il nome.
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Le strade che i Romani hanno edificato in Europa. |
L'attuale termine strada deriva da viae strata cioè "via lastricata". Ogni strada romana, aveva una struttura ben precisa e si sviluppava in modo più o meno rettilineo. Originariamente le dimensioni delle strade erano sancite dalle XII Tavole: per esempio la larghezza media andava dai 4 ai 6 metri, potevano avere due marciapiedi (margines) laterali di 2/3 metri di larghezza circa o anche più. Avevano uno spessore che andava dai 90 ai 120 cm, ed erano formate da una massicciata di tre strati di pietre sempre più piccole, legate con malta (ciò per permettere una maggior resistenza e durata nel tempo), e dal piano stradale lastricato, costituito da uno strato di blocchi di pietra spianati e accostati. La costruzione iniziava con il scavare un "letto" tra due solchi, i quali ne delimitavano la larghezza, nel quale sarebbero stati posati i vari strati di pietre. Lo strato più basso, era composto da pietre molto grandi come sassi ed era detto statumen, il secondo chiamato rudus era formato da ciottoli di medie dimensioni, il terzo da ghiaia mista ad argilla detto nucleus, ed il quarto era il vero e proprio manto stradale chiamato pavimentum: esso era composto da lastre grosse e piatte adagiate in orizzontale, ma con una forma lievemente convessa per facilitare lo scolo delle acque piovane, verso le canalette di scolo, sempre presenti nelle vie cittadine. Se nelle strade dell'Impero regnava l'ordine quasi assoluto, non si poteva dire lo stesso dell'Urbe, dove al contrario le strade erano tutt'altro che ordinate e rettilinee. Questo è facilmente spiegabile dal fatto che Roma è nata e si è estesa senza dei piani urbanistici; questi infatti verranno ideati appena alla fine della Repubblica per opera di Giulio Cesare, Ottaviano Augusto ed altri Imperatori. Quindi fatta eccezione per alcune vie principali, che sono rettilinee poiché penetrazioni urbane delle vie Consolari, molte altre strade sono strette e intricate e alcune addirittura senza marciapiedi. Tuttavia bisogna dire che i marciapiedi a Roma non erano necessari visto che per un decreto di Giulio Cesare, i carri (fatte alcune eccezioni) non potevano transitare in città di giorno ma solo la sera e la notte. L'Urbe era inoltre una città caotica e rumorosa soprattutto nelle zone centrali, dove c'erano i mercati, i Fori e gli edifici pubblici più importanti.
Tra le opere più grandi e vistose lasciateci dai Romani, sicuramente ricordiamo gli
imponenti acquedotti. Gli acquedotti vengono ideati a Roma nel IV sec. a.C. perché ormai la fornitura idrica dell'Urbe, che fino ad allora si affidava al Tevere o ai pozzi, non era più sufficiente. Roma si stava trasformando nella più grande metropoli di tutta l'Antichità e non solo, quindi si decise di costruire un' acquedotto che collegasse una sorgente e portasse l'acqua fresca in città,
il primo fu l'Aqua Appia costruito nel 312 a.C. per volere dell'omonimo Console Appio Claudio, lo stesso che diede il nome alla celeberrima via. Con il passare degli anni ne vennero costruiti altri di maggior portata. In totale c'erano ventiquattro acquedotti, che trasportavano ogni giorno nell'Urbe oltre 1 milione di metri cubi d'acqua percorrendo in totale oltre 400 Km di condutture.
Se oggi possediamo molte informazioni sugli acquedotti e l'edilizia idraulica lo dobbiamo all'opera del Curator Aquarum Sesto Giulio Frontino, contemporaneo dell'Imperatore Nerva, il quale scrisse un libro, il De aqueductu Urbis Romae (letteralmente Sugli acquedotti della Città di Roma), nel quale spiega i metodi di costruzione, i materiali edili, ma anche nomi e percorsi delle condutture idriche, l'ubicazione delle sorgenti e molto altro. Dalla prosa ricca di tecnicismi di Frontino traspare la consapevolezza e l'orgoglio che porta lo scrittore, cives romanus, a compiacersi della mole degli acquedotti, sostenuti per chilometri da imponenti arcate, e a sorridere, con un certo disprezzo, delle piramidi egiziane ed ai templi greci, opere famose ma inutili. Dietro la costruzione di un acquedotto stanno tutta una serie di problematiche, che gli ingegneri Romani hanno saputo perfettamente risolvere. Per esempio la forza motrice dell'acqua. L'acqua non si sposta da sola! E' necessario un "motore", e i Romani ne trovarono uno veramente "autonomo" cioè la forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato sufficiente dare una certa pendenza all'acquedotto e mantenerla per tutto il tragitto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il resto, così capirono che un'inclinazione del 25%, in media un metro di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l'acqua senza problemi fino alla città. Era inoltre necessario saper scegliere la sorgente giusta, in modo da fare defluire una giusta quantità d'acqua tutto l'anno senza periodi di secca e periodi di piena.
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La struttura degli acquedotti romani sopraelevati. |
Una volta scelta la sorgente adeguata, si stabiliva il percorso che l'aqueductus avrebbe compiuto per arrivare in città, per fare ciò si tracciava un profilo della geografia del terreno segnando coline e avvallamenti, pianure e corsi d'acqua. Per questo lavoro i tecnici adoperavano uno strumento di legno simile all'attuale livella, ma di dimensioni assai più grandi: il coròbate. Questo poteva dirsi in esatta posizione orizzontale quando i fili a piombo attaccati al suo ripiano di legno pendevano parallelamente alle gambe e quando l'acqua che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava. guardando attraverso il coròbate i tipografi potevano tracciare un'immaginaria linea orizzontale che seguiva tutto il percorso dell'acquedotto e segnare su questa linea, a intervalli di 10 metri, le distanze verticali tra essa e il terreno. Unendo tutti i segni presi con una linea si otteneva il vero profilo del terreno e gli ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo, se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri. A questo punto si procedeva alla sua edificazione. Spesso per la necessità di mantenere una pendenza costante le condotte facevano percorsi molto lunghi con molte curve, e non andavano mai in linea retta, in tal modo l'acqua defluiva senza problemi fino alla "foce artificiale", che quasi sempre era costituita da una grossa cisterna.
Il percorso dell'acquedotto era per la maggior parte interrato o talvolta scavato sotto colline e montagne; in questo caso la condotta era formata solo da una struttura di laterizio parallelepipeidale impermeabilizzata e areata con dei pozzetti posti ogni 20-30 metri, usati anche per la manutenzione periodica. Solo talvolta la conduttura doveva superare fiumi o pianure ed era quindi necessario costruire una struttura di sostegno (aquae pensiles). Uno degli esempi più famosi è il ponte-acquedotto sul fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus l'odierna Nimes.
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Francia, ponte di acquedotto romano sul fiume Gard, che riforniva di acqua la città di Nemasus, l'odierna Nimes. |
La realizzazione iniziava con l'edificazione delle fondamenta dei pilastri: se passavano sulla terra si scavava una buca profonda vari metri e si costruiva una solida base a tronco di piramide con grossi blocchi di pietra. Se invece si trattava di un fiume era necessario preparare un recinto di legno impermeabilizzato con la pece tutto intorno all'area della costruzione di ogni singolo pilastro: in tal modo si poteva asportare prima l'acqua, poi la fanghiglia e la ghiaia per poter edificare una solida base di grossi blocchi di pietra. Fatto ciò iniziava la costruzione dei piloni veri e propri. Questi potevano essere sia di pietra che di laterizio, e venivano sovrapposti tra loro alternati e uniti con malta. Solo a questo punto si univano i pilastri con gli archi i quali si costruivano utilizzando delle strutture di sostegno di legno dette centine che permettevano la collocazione dei conci fino alla chiusura della "chiave di volta". Costruita la prima arcata si procedeva all'edificazione delle altre arcate che poggiavano sempre sugli stessi pilastri, all'ultimo piano sorgeva in laterizio la vera e propria condotta dell'acquedotto. Una città come Roma con il suo milione e mezzo di abitanti doveva essere ben rifornita di acqua, anche perché questa non serviva solo direttamente ai suoi Cittadini ma anche ai complessi termali, i quali sembra consumassero molta acqua. Roma si avvaleva di undici acquedotti costruiti in varie epoche a partire dal II sec. a.C. e che rimasero sempre tutti in funzione, e che nel complesso portavano nell'Urbe oltre un milione di metri cubi di acqua al giorno.
I. Aqua Appia - Fu il primo acquedotto di Roma, edificato nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio Cieco, lo stesso che fece costruire la Via Appia. Le sorgenti sono situate sulla via Collatina ed è lungo ben 16 Km, anche se il suo percorso è quasi del tutto sotterraneo, e giungeva fino al foro boario.
II. Aqua Ania o Anio Vetus - Lungo oltre 63 km, prende il suo nome dalla valle dell'Aniene presso Tivoli, le sue acque giungevano fino alle Terme di Diocleziano, mentre una ramificazione secondaria giungeva erogava l'acqua necessaria alle terme di Caracalla.
III. Acqua Marcia - Il nome deriva dal Pretore M. R. Marcius, e fu edificato nel 114 a.C. La sorgente era situata presso Marano Equo
IV. Acqua Tepula - Costruito nel 126 a.C. prendeva le acque dalla Valle Preziosa scorrendo esclusivamente in condotte sotterranee. Il suo nome deriva dl fatto che la temperatura dell'acqua rimaneva sempre sui 18 gradi circa.
V. Acqua Iiulia - Edificato nel 33 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, convogliava le acque dalle sorgenti nelle vicinanze di Grottaferrata.
VI. Acqua Vergine - Fu costruito sempre da Agrippa verso il 19 a.C. convogliando le acque ubicate presso la tenuta della Rustica. E' tuttora perfettamente funzionate.
Alcune derivazioni dall'acquedotto giungevano presso il Campidoglio e Trastevere.
VII. Aqua Augusta - Costruito per volere dell'Imperatore Augusto nel 2 d.C., serviva a portare l'acqua a Trastevere ove si tenevano le naumachie (o battaglie navali) in un lago artificiale.
VIII. Aqua Claudia - Iniziato dall'Imperatore Claudio nel 38 d.C. ma terminato da Caligola è uno dei più imponenti. Le sue sorgenti erano ubicate presso la Valle dell'Aniene, e portava le sue acque fino a Porta Maggiore ove una diramazione giungeva presso il Palazzo e riforniva l' area circostante al Colle Palatino.
IX. Aqua Ania Nova o Anio Novus - Costruito per volere di Caligola ma terminato dall'Imperatore Claudio nel 52 d.C. circa prendeva l'acqua dal Fiume Aniene, con la sua lunghezza di oltre 84 Km è l'aquedotto più grande del mondo.
X. Aqua Traiana - Voluto dall'Imperatore Traiano nel 109 d.C. circa convogliava le acque del lago Sabatino nella zona di Trastevere.
XI. Aqua S. Severa - Fu edificato dall'Imperatore Settimio Severo nel 226 d.C.
I Romani inventano tra le altre cose la calce, e una variante di essa detta idrica poiché resisteva all'acqua ed era utilizzata nelle cisterne o negli acquedotti appunto per impermeabilizzare, è tuttora utilizzata.
Con questa invenzione
rivoluzionarono le tecniche costruttive utilizzate fino a quel momento, che prevedevano l'utilizzo di blocchi di pietra sovrapposti a incastro, per utilizzare invece mattoni di terracotta e calce, a cui era mischiata la
pozzolana, una
calce lavica di origine vulcanica che conferiva estrema durezza e resistenza al calcestruzzo così ottenuto.
Inoltre, con la tecnica degli archi, poco materiale poteva sostenere grandi pesi e giungere a grandi altezze. In quei tempi le case di Roma avevano diversi piani, generalmente così non era per le altre città.
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Percorsi di Pirro nella penisola italica, da QUI. |
Intorno al 310 a.C. le legioni erano dunque 4, fino a giungere, durante le guerre annibaliche a 28. La mobilitazione, il congedo, la ripartizione delle legioni erano ogni anno stabiliti dal senato. Ancora all’epoca di Polibio era ritenuto normale il numero di 4.200 fanti per legione; in seguito salì a 5.000 per assestarsi al tempo di Mario (157-86 a.C.) a 6.000.
A partire dalle guerre pirriche (280 a.C. - 275 a.C.) furono mossi i primi importanti assedi ad opera dei Romani, tra cui l'assedio di Lilibeo, che comportò per la prima volta l'attuazione di tecniche d'assedio complesse.
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Cartina della penisola italica nel 272 a.C. con l'estensione dei territori della Repubblica di Roma in rosso, i limiti a nord dei fiumi Magra e Rubicone. In blu i territori controllati da Cartagine. |
A ROMA nella MEDIA età REPUBBLICANA (
264-
146 a.C.) - Nella sistemazione territoriale definitiva delle tribù romane sul suolo italico, si arrivò a
35 tribù, di cui 4 urbane e 31 rustiche.
L'importanza che nell'andare del tempo assunsero i comizi (o concilia plebis) tributi, nei quali erano unità votanti le 35 tribù, fece sentire l'opportunità di stabilire fra tribù e centurie una corrispondenza. Della riforma, probabilmente attuata nel 241 a.C. dai censori C. Aurelio Cotta e M. Fabio Buteone, le fonti indicano soltanto certe direttive fondamentali: adeguamento del numero delle centurie a quello delle tribù, conservata separazione fra seniores e iuniores e diminuzione del privilegio dei più abbienti.
Nella prima fase della repubblica romana l'esercito aveva continuato ad evolversi e, sebbene tra i romani vi fosse la tendenza ad attribuire tali cambiamenti a grandi riformatori, è più probabile che i cambiamenti fossero il prodotto di una lenta evoluzione piuttosto che di singole e deliberate politiche di riforma.
Secondo il militare e storico greco Polibio (206 - 118 a.C.), l'adozione della formazione manipolare nella legione romana era stata probabilmente copiata da quella adottata dai Sanniti, quando avevano sconfitto i romani, nei loro territori a sud di Roma, durante la Seconda guerra sannitica. Non a caso Polibio scriveva dei Romani: «I Romani, quando vennero a conoscenza di [determinate] armi [e tattiche], subito le imitarono, perché più di qualsiasi altro popolo sono capaci di cambiare abitudini e di puntare al meglio.» (Polibio, VI, 25.11.)
I cittadini romani erano obbligati a prestare servizio militare, entro il quarantaseiesimo anno di età, per almeno 10 anni per i cavalieri e 16 anni per i fanti (o anche 20 in caso di pericolo straordinario).
Il cursus honorum prevedeva che nessuno potesse intraprendere la carriera politica senza aver prestato almeno 10 anni di servizio militare.
Erano esclusi dal servizio militare legionario coloro che avevano un censo inferiore alle 400 dracme (paragonabili a 4.000 assi secondo il Gabba, quindi molto meno del censo minimo del valore di 11.000 assi della prima età repubblicana) anche se venivano poi impiegati nel servizio navale.
Ogni legione era formata da 4.200 fanti (portati fino a 5.000, in caso di massimo pericolo) e da 300 cavalieri.
I 300 cavalieri erano divisi in dieci squadroni di trenta elementi (turmae), a capo di ognuno dei quali erano posti tre comandanti. Il primo ufficiale comandava lo squadrone di trenta elementi, mentre gli altri due svolgevano la funzione di decadarchi, e tutti e tre erano chiamati decurioni. In caso di assenza del più alto in grado, gli succedeva il secondo e poi il terzo. L'armatura dei cavalieri era simile a quella dei Greci, mentre lo scudo di pelle di bue (di scarsa consistenza), fu abbandonato a vantaggio di quello greco (oplon), assai più solido e saldo, utile sia contro attacchi da lontano, sia contro assalti da vicino. La lancia, che in tempi più antichi era sottile e fragile, quindi di scarsa utilità poiché spesso si spezzava, fu sostituita con una di tipo greco, robusta e rigida, col puntale in entrambi gli estremi.
Nell'esercito Romano i contingenti di cavalleria più numerosi erano formati dalle unità alleate dei socii italici (ovvero le Alae, poiché erano poste alle "ali" dello schieramento della legione), costituite dallo stesso numero di fanti della legione ma superiori di tre volte nei cavalieri (900 per unità).
La tattica delle legioni utilizzata in epoca repubblicana, prevedeva una o più possibili fasi di interdizione della fanteria leggera, i Velites, quindi il lancio congiunto dei pilum dalla prima fila di Hastati per arrestare l'impeto dell'assalto nemico e poi procedere con il gladio in pugno. L'utilizzo delle seconde e terze file di Principes e Triarii avveniva solo se l'ordine precedente rompeva i ranghi. In quel caso i Triarii, dopo aver accolto Hastati e Principes tra le loro file, serravano le file ed in un'unica ininterrotta schiera e si gettavano sul nemico.
I manipoli, composti da due centurie, per un totale di 120 soldati di fanteria pesante della medesima classe, risultavano abbastanza mobili sul campo di battaglia per permettere rapidi cambiamenti tattici delle singole unità di fanteria pesante nel contesto dello schieramento della legione. La fanteria era sempre coperta ai fianchi da unità di cavalleria e disponeva di avanguardie di fanti leggeri, che davano inizio alla battaglia disturbando il nemico con dardi o giavellotti sul nemico, per poi ritirarsi al sicuro. Mentre le prime linee dei manipoli impegnavano continuativamente il nemico, grazie al rapido movimento ad arretrare della prima linea, subito sostituita da quelle che gli stavano dietro, la cavalleria poteva tentare, inoltre, manovre evasive o accerchiamenti.
Le unità alleate di socii (ovvero le Alae, poiché erano poste alle "ali" dello schieramento) erano costituite, invece di un numero pari di fanti, ma superiori di tre volte nei cavalieri (900 per unità). Sappiamo inoltre, sempre da Polibio, che se ai cavalieri romani erano date razioni mensili per sette medimni di orzo e due di grano (che il questore detraeva poi dallo stipendium), agli alleati (socii) invece erano dati gratuitamente un medimno e un terzo di frumento e cinque di orzo al mese, considerando che 1 medimno equivaleva a 52 kg.
Fondamentale novità del periodo relativo alla legione manipolare, dovendosi condurre campagne militari sempre più lontane dalla città di Roma, vide il proprio gruppo di genieri costretti a trovare nuove soluzioni difensive adatte al pernottamento in territori spesso ostili. Ciò indusse i Romani a creare, sembra a partire dalle guerre pirriche, un primo esempio di accampamento militare da marcia fortificato, per proteggere le armate romane al suo interno.
Altro apporto del genio fu la costruzione di strade militari, utilizzate inizialmente per migliorare e velocizzare gli spostamenti delle armate ed in seguito dalla stessa popolazione civile dopo che l'area era stata pacificata.
Lo schieramento in battaglia dell'esercito
consolare (secondo Polibio, nel III secolo a.C.), prevedeva al centro le legioni con i manipoli disposti a scacchiera e
sui fianchi le ali di cavalleria legionaria e degli alleati italici (le Alae Sociorum). La fanteria al centro era sempre
coperta ai fianchi da unità di cavalleria e disponeva di avanguardie
di fanti leggeri, che davano inizio alla battaglia disturbando il
nemico con dardi o giavellotti sul nemico, per poi ritirarsi al
sicuro. I Triarii, dopo aver accolto
Hastati e Principes tra le loro file, serravano le file ed in
un'unica ininterrotta schiera si gettavano sul nemico.
Mentre la prima linea centrale
impegnava il nemico, grazie al rapido movimento ad arretrare dei
manipoli, la cavalleria poteva tentare, inoltre, manovre
evasive o accerchiamenti.
Nell'epoca classica, la cavalleria
romana è attribuita alle legioni (ciò non escludeva però che sul
campo di battaglia essa venisse riunita in una o due masse sulle ali)
e secondo la proporzione tradizionale di 1 a 10, cioè 300 cavalieri
per i 3000 fanti in linea della legione. L'armamento dei cavalieri,
pesante nell'epoca regia, s'era venuto prima alleggerendo, e Polibio
(VI, 25, 3 seg.; passo molto discusso) dice che la cavalleria romana
più antica (III sec.?) non portava corazza ma un cinturone, due aste
leggiere e senza σαυρωτήρ (punta al calcio della lancia) che
servivano poco e si spezzavano facilmente, scudo leggero ovale e
concavo di pelle di bue che si guastava con la pioggia e non
assicurava una sufficiente protezione. Perciò la cavalleria romana
all'età di Polibio aveva da tempo adottato un armamento
regolamentare di tipo greco, che consisteva nell'elmo (cassis), di
solito di tipo italico, corazza corta con gonnellino, di cuoio solo o
con sopra una cotta di maglia metallica o a squame (lorica) o di
maglia e squame combinate in varia forma, e scudo leggiero ovale di
legno, cuoio e metallo (scutum equestre); armi offensive: una sola
lancia con sauroter (dal greco antico "uccisore di
lucertole", il tallone in metallo dell'asta) come l'hasta o la tragula e la spada che fu poi la
iberica, portata a sinistra. I cavalieri ricevevano triplo soldo del
fante, cioè un denaro al giorno, e tripla razione, ed erano
dispensati dai lavori dell'accampamento, nel quale avevano invece per
turno l'ispezione ai posti di guardia. Ma la cavalleria cittadina
romana cominciò molto per tempo (già dalla fine del sec. III) a
decadere come arma combattente. Molti degli equites prestavano
servizio come magistrati o come ufficiali superiori e gli altri
provavano una crescente riluttanza a servire nella truppa degli
squadroni; gli equites si trasformarono così in una classe che,
quando prestava servizio, esigeva di prestarlo come ufficiale. Il
governo romano non tentò rimedî a questa trasformazione della
cavalleria cittadina, che aveva cause profonde d'ordine politico e
sociale, e provvide alla cavalleria degli eserciti ricorrendo sempre
più largamente agli alleati e agli ausiliarî stranieri. Al tempo di
Polibio, mentre il contingente di fanteria degli alleati era
all'incirca pari o di poco superiore alla fanteria della legioni
romane, quello della cavalleria era il triplo (Polib., VI, 26, 7);
cioè per un esercito di due legioni sei alae di 300 cavalli
comandate da ufficiali romani.
Il titolo di "Cavaliere" era un titolo personale, come ad esempio "Senatore", che sottintendeva funzioni militari ma poteva anche prevedere compiti civico-politici. Così come i senatore dovevano disporre di cospicui capitali, anche la funzione di cavaliere, in generale, richiedeva un patrimonio consistente, di almeno 400.000 sesterzi, pari a circa 800.000 €. Ma i soldi non bastavano, occorreva una buona prestanza fisica, saper addestrare un cavallo, saperlo cavalcare e aver militato nell'esercito per almeno 10 anni, un vero cursus honorum. Anche se generalmente la cavalleria era appannaggio degli aristocratici, non c'erano reali restrizioni di provenienza familiare o stato sociale, tutti i soldati potevano diventare Cavalieri, e un legionario con 10 anni di servizio, poteva aver accumulato, coi bottini di guerra la ricchezza necessaria per il ceto dei Cavalieri.
Le guerre infatti potevano procurare grandi ricchezze per i bottini distribuiti tra i soldati, per cui tra i Cavalieri c'erano proprietari fondiari, finanzieri, commercianti, pubblicani (cioè esattori delle tasse nelle province), procuratores (cioè amministratori), nonché storici e avvocati, ai più alti livelli dello stato.
Da epoca remota, probabilmente dal tempo dell'introduzione dell'ordinamento timocratico, la cavalleria romana è permanente, nel senso che lo stato assicura il reclutamento della cavalleria corrispondendo a un numero fisso di cittadini (nell'epoca storica 1.800) un'indennità per l'acquisto di uno o due cavalli (aes equestre) e per il foraggio (aes hordiarium); si riconoscono cioè le speciali esigenze di addestramento e di allenamento che richiede il servizio a cavallo. La scelta dei cavalieri era fatta dai magistrati supremi, re e consoli nel tempo più antico, dai censori dopo l'istituzione di questa carica; e alle stesse persone spettava la rassegna periodica della cavalleria per accertarsi delle attitudini militari dei cavalieri e della tenuta delle cavalcature e delle armi. Lo stato si riservò tuttavia il diritto, almeno da una certa epoca, d'imporre il servizio a cavallo anche a coloro che, pur non godendo dell'assegno equestre, possedessero però un determinato patrimonio, che gli mettesse di provvedere con mezzi propri al reperimento di cavalli da guerra. Così si fissò per tempo il cosiddetto "censo equestre" e a questi cavalieri si ricorreva quando non fossero stati sufficienti gli equites equo publico.
In merito all'armamento dei cavalieri, Polibio precisava che, nel passato: «Anche le lance non erano di alcuna utilità, principalmente per due motivi: prima di tutto, essendo sottili e fragili, non erano minimamente in grado di raggiungere il bersaglio e prima che la punta provasse a conficcarsi in qualcosa, spesso si spezzava a causa della vibrazione generata dal movimento del cavallo; [in secondo luogo], poiché erano costruite senza il puntale inferiore, potevano colpire di punta solo la prima volta, poi si spezzavano e non erano più utilizzabili.» (Polibio, VI, 25.5-6.). Riguardo invece allo scudo, Polibio scrive: «Portavano uno scudo di pelle di bue [...], ma non era possibile servirsene contro gli attacchi nemici, perché non era sufficientemente consistente e, quando la pelle esterna che lo ricopriva veniva a mancare, in caso di pioggia si infradiciava e diventava totalmente inservibile.» (Polibio, VI, 25.7.).
Questi i motivi per cui, sempre per lo storico greco, questo genere di armamento fu in seguito sostituito (almeno a partire dalle guerre puniche) con quello di tipo greco, consistente in un elmo, uno scudo rotondo (il clipeus, che in latino indicava il grande scudo cavo dell'oplita greco) in bronzo, una lancia leggera e una spada.
Polibio, nel suo VI libro delle Storie, descrive inoltre il fatto che, almeno al principio della seconda guerra punica (218-202 a.C.), i cittadini romani erano obbligati a prestare servizio militare entro il quarantaseiesimo anno di età, per almeno 10 anni i cavalieri e 16 anni per i fanti (o anche 20 in caso di pericolo straordinario).
Al tempo delle guerre puniche, la paga per i legionari era fissata a 2 oboli al giorno, ovvero un terzo
di dracma.
La dracma è stata la prima moneta d'argento battuta dall'antica Roma, nel corso del III secolo a.C.
È difficile attribuire un valore a questa moneta che sia comparabile con le valute attuali, a causa delle profonde differenze tra le economie. Gli storici classici affermano regolarmente che tra la fine della Repubblica romana e gli inizi dell'Impero romano, il salario giornaliero di un operaio era di una dracma, e 1 dracma = 6 oboli.
In aggiunta, ogni fante aveva diritto ad una quota del bottino di guerra (animali, tesori, armi e altri beni) oltre a una quota dei ricavi sulla vendita come schiavi dei prigionieri. I centurioni ricevevano il doppio della paga dei propri uomini, vale a dire 4 oboli ovvero due-terzi di una dracma al giorno. Quanto alla razione di viveri, ai fanti erano distribuiti circa due terzi di un medimno attico di grano al mese. Nell'Attica, un medimno (che corrispondeva a 192 cotili), era pari a circa 51,84 litri.
Sappiamo inoltre, da Polibio, che se
la paga distribuita ai cavalieri romani era di una
dracma al giorno, tre volte di quanto prendeva un fante,
le razioni mensili erano di sette medimni di orzo e due di grano.
Agli alleati (socii) invece erano dati gratuitamente un
medimno ed un terzo di frumento, oltre a cinque medimni di orzo al
mese. Mentre agli alleati i viveri venivano assegnati gratis, ai
Romani invece, il questore detraeva dallo stipendium il prezzo
stabilito per il grano, il vestiario e per ogni arma di cui avessero
bisogno.
Dopo il 211 a.C., lo stipendio dei legionari per una campagna militare, ammontava a un denario, che equivaleva a quattro sesterzi e nel I secolo d.C. 1 denario valeva all'incirca 8 €.
La legione manipolare al principio
della seconda guerra punica, secondo Polibio, veniva generalmente
schierata su tre file, dette triplex acies, alle quali
si aggiungevano i fanti leggeri, detti leves, per un totale
che variava tra i 4.200 e i 5.000 effettivi a seconda del periodo: costituita da quindici manipoli di
Hastati, da quindici manipoli di
Principes e quindici unità formate da un manipolo di Triarii, uno di Rorarii e l'ultimo di
Accensi. Questa differenziazione esisteva, oltre
che sulla base dell'esperienza dei soldati, anche sulla base del
censo, tanto che ogni soldato era tenuto a provvedere autonomamente
all'equipaggiamento.
Il comando della legione era affidato
al legatus, un magistrato facente le veci dei consoli nel comando di
una specifica legione. Secondo nella gerarchia era un tribuno
esperto, il tribuno laticlavio (in latino: tribunus laticlavius),
affiancato da altri cinque tribuni angusticlavi (dal latino angustum,
«più stretto, in riferimento alla striscia purpurea ridotta degli
equestri»). In assenza di tribuni, il comando era affidato al
praefectus castrorum.
Il numero delle legioni raggiunse, durante le guerre annibaliche, il numero di 28.
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Annibale Barca (Barca in cartaginese significava Folgore). |
Durante la
seconda guerra punica (218-202 a.C.), la grande capacità
tattica di
Annibale aveva messo in crisi l'esercito romano. Le sue
manovre imprevedibili, repentine, affidate soprattutto alle
ali di
cavalleria cartaginese e numidica, avevano distrutto numerosi eserciti romani anche se superiori di numero, come era avvenuto soprattutto nella battaglia di
Canne, dove perirono 50.000 Romani.
La battaglia
di Canne del 2 agosto del 216 a.C., è stata una delle
principali battaglie della seconda guerra punica ed ebbe luogo in
prossimità della città di Canne, nell'antica Apulia (Puglia odierna). L'esercito di
Cartagine, comandato con estrema abilità da Annibale, accerchiò e
distrusse quasi completamente un esercito numericamente superiore
della Repubblica romana, guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e
Gaio Terenzio Varrone. È stata, in termini di caduti in
combattimento, una delle più pesanti sconfitte subite da Roma,
seconda solo alla battaglia di Arausio del 105 a.C., ed è considerata come una
delle più grandi manovre tattiche della storia militare.
Ci sono tre
resoconti principali della battaglia, nessuno di loro
contemporaneo ad essa. Il più vicino è quello di Polibio, scritto
50 anni dopo la battaglia. Tito Livio ha scritto il proprio al tempo
di Augusto, e Appiano di Alessandria ancora più tardi. Il resoconto
di Appiano descrive eventi che non hanno alcuna relazione con quelli
di Tito Livio e di Polibio. Polibio ritrae la battaglia come il nadir
finale di fortuna romana, fungendo da espediente letterario in modo
tale che la successiva ripresa romana fosse più drammatica. Ad
esempio, alcuni sostengono che i suoi dati sulle vittime siano
esagerati, "più simbolici che reali". Gli studiosi tendono
a sottovalutare il resoconto di Appiano. Il giudizio di Philip Sabin
"una farragine senza valore", è tipico.
Polibio narra
che Annibale, ancor prima dell'arrivo dei nuovi consoli, mosse con le
sue truppe da Geronio e, giudicando vantaggioso costringere i nemici
a combattere a ogni costo, si impadronì della rocca della città di
nome Canne, in una posizione strategica rispetto a tutto il
territorio circostante. In questa i Romani avevano raccolto il grano
e gli altri vettovagliamenti dal territorio di Canusio, e da qui li
portavano nell'accampamento romano presso Geronio a mano a mano che
se ne presentava il bisogno. Secondo i vari scrittori di epoca
imperiale (secoli I-II d.C.), la rocca di Canne era situata nella
Regio II Apulia et Calabria, presso il fiume Aufidus (l'odierno
Ofanto); Annibale così si mise tra i Romani e le loro fonti
principali di approvvigionamento. Come fa notare Polibio, la cattura
di Canne «ha causato grande scompiglio nell'esercito romano, perché
non è stata solo la perdita del posto e delle scorte in essa che li
angosciava, ma il fatto che essa dominava il distretto circostante».I
nuovi consoli, dopo aver deciso di affrontare Annibale, marciarono
verso sud alla ricerca del generale cartaginese.
Riorganizzatisi
dopo le precedenti sconfitte nelle battaglie della Trebbia (218 a.C.)
e del lago Trasimeno (217 a.C.), i Romani avrebbero deciso di
affrontare Annibale a Canne, con 8 legioni, circa 86.000 tra soldati
romani e truppe alleate. Tuttavia, alcuni autori hanno suggerito che
la distruzione di un esercito di 90.000 uomini sarebbe stata
impossibile e sostengono che Roma abbia messo in campo probabilmente
48.000 fanti e 6.000 cavalieri contro i 35.000 fanti e i 10.000
cavalieri di Annibale. Anche se non esiste alcun numero definitivo
delle truppe romane, tutte le fonti concordano sul fatto che
l'esercito cartaginese affrontò un esercito avversario avente una
grande superiorità numerica. Le legioni romane avevano due terzi
degli effettivi costituiti da reclute, i cosiddetti tirones,
ma c'erano almeno due legioni formate da legionari esperti e
preparati, provenienti dall'esercito del console del 218 a.C., Publio
Cornelio Scipione.
«Il Senato
decise di mettere in campo otto legioni, il che non era mai stato
fatto prima a Roma, ogni legione composta da 5.000 uomini, oltre agli
alleati. [...] I Romani combattono la maggior parte delle loro guerre
con due legioni al comando di un console, con i loro contingenti di
alleati, e raramente utilizzano tutte e quattro le legioni in una
sola volta e per un solo compito. Ma in questa occasione, tanto
grande era l'allarme e il terrore di ciò che sarebbe potuto
accadere, che decisero di mettere in campo non solo quattro, ma otto
legioni.» (Polibio, Storie III, 107.9-11[16])
«Affermano
alcuni che per reintegrare le perdite si arruolarono diecimila nuovi
soldati; altri parlano di quattro legioni nuove, per affrontare la
guerra con otto legioni; e si dice pure che le legioni furono
accresciute di forze, tanto di fanti quanto di cavalieri, aggiungendo
a ciascuna circa mille fanti e cento cavalieri, così che
risultassero di cinquemila fanti e di trecento cavalieri, e che gli
alleati diedero un numero doppio di cavalieri ed egual numero di
fanti.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri (testo latino) XXII, 36)
L'esercito
cartaginese era composto da circa 10.000 cavalieri, 40.000 soldati
della fanteria pesante e 6.000 della fanteria leggera sul campo di
battaglia, esclusi i distaccamenti. L'esercito cartaginese era una
combinazione di guerrieri reclutati in differenti aree geografiche.
C'erano 22.000 fanti iberici e celti fiancheggiati da due corpi di
fanteria pesante africana in riserva tattica, costituiti
complessivamente da 10.000 libici. Anche la cavalleria proveniva da
regioni diverse. Annibale disponeva di una cavalleria composta da
4.000 numidi, 2.000 iberici, 4.000 galli e 450 libici-fenici. Infine,
Annibale aveva circa 8.000 guerrieri della fanteria leggera fra
frombolieri delle Isole Baleari e lancieri di nazionalità mista.
Ognuno di questi gruppi diversi di guerrieri apportava le sue
specifiche qualità militari allo schieramento cartaginese. Il
fattore unificante nell'esercito cartaginese era il forte legame di
lealtà e fiducia che ciascun gruppo aveva con Annibale. Anche se
normalmente i Cartaginesi schieravano elefanti nelle battaglie per
terrorizzare i cavalli nemici e scompaginare la fanteria, nella
battaglia di Canne non era presente alcun elefante, in quanto nessuno
di quelli che erano partiti dall'Iberia e che riuscirono a valicare
le Alpi era sopravvissuto.
Se l'esercito
romano non fosse stato così numeroso, ciascuno dei due consoli
avrebbe comandato la propria parte dell'esercito, ma dal momento che
i due eserciti erano stati concentrati insieme, la legge romana
prevedeva di alternare il comando su base giornaliera. È possibile
che Annibale avesse capito che al comando dell'esercito romano si
alternavano i due consoli e avesse pianificato la sua strategia di
conseguenza. Nel racconto tradizionale Varrone deteneva il comando il
giorno della battaglia ed egli avrebbe deciso di affrontare il
combattimento in campo aperto, nonostante il parere contrario di
Emilio Paolo: gran parte della colpa per la sconfitta è stata
attribuita dagli storici antichi all'avventatezza del console
popolare. Tuttavia esistono controversie riguardanti chi fosse
realmente al comando il giorno della battaglia, poiché secondo
alcuni studiosi potrebbe essere stato Emilio Paolo il capo
dell'esercito quel giorno.
La cronologia
degli avvenimenti secondo il racconto di Polibio, è semplice e
chiara: il primo giorno (27 luglio) i Romani partirono da Geronio
verso la località dove si trovavano i Cartaginesi. Sotto il comando
di Emilio Paolo, giunti il secondo giorno (28 luglio) in vista dei
nemici, si accamparono alla distanza di circa cinquanta stadi (circa
9,25 km) dalle loro posizioni. Nella giornata successiva (29 luglio)
tolsero il campo per ordine di Varrone e avanzarono verso i
Cartaginesi, ma vennero attaccati da Annibale mentre erano in marcia.
Varrone respinse con successo l'attacco cartaginese e al
sopraggiungere della notte gli avversari si separarono. Questa
vittoria, in realtà una semplice scaramuccia senza alcun valore
strategico, rafforzò fortemente la fiducia dell'esercito romano e
avrebbe anche rinsaldato la sicurezza e l'aggressività di Varrone.
Il giorno
successivo (30 luglio), per ordine di Emilio Paolo, i Romani
costruirono due accampamenti presso il fiume Aufido: il maggiore,
occupato da due terzi delle forze, su una riva del fiume a ovest, e
il minore, con un terzo delle forze, sull'altra riva a levante del
guado. Lo scopo di questo secondo accampamento sarebbe stato quello
di proteggere le azioni di foraggiamento dall'accampamento principale
e di intralciare quelle del nemico.
Secondo Polibio,
i due eserciti rimasero nelle rispettive posizioni per due giorni.
Durante il secondo giorno (1º agosto), Annibale, consapevole che
Emilio Paolo era in quel momento al comando dell'esercito romano,
lasciò il suo accampamento e schierò l'esercito per la battaglia.
Emilio Paolo, tuttavia, non volle entrare in combattimento. Dopo che
il nemico ebbe rifiutato di entrare in battaglia, Annibale,
riconoscendo l'importanza dell'acqua dell'Aufidus per le truppe
romane, mandò i suoi cavalieri numidi verso l'accampamento romano
più piccolo per infastidire il nemico e per danneggiare
l'approvvigionamento d'acqua. A questa circostanza forse si collega
lo stratagemma, non riportato da Polibio, che Annibale avrebbe
intorbidito l'acqua per rovinare la salute dei Romani o, addirittura,
vi avrebbe fatto gettare dentro dei cadaveri. Secondo Polibio, la
cavalleria di Annibale cavalcò audacemente fino ai limiti
dell'accampamento minore romano, causando confusione e la completa
interruzione dell'approvvigionamento di acqua. L'unico motivo che
trattenne i Romani dall'attraversare immediatamente il fiume e
disporsi a battaglia sarebbe stato il fatto che quel giorno il
comando supremo era in mano ad Emilio Paolo. Così, il giorno
successivo, Varrone, senza aver consultato il collega, fece esporre
il segnale di battaglia e fece attraversare il fiume alle truppe
schierate, mentre Emilio Paolo lo seguiva, poiché non poteva non
assecondare questa decisione.
Annibale,
nonostante la netta superiorità numerica del nemico, era
assolutamente desideroso di combattere e, a dispetto dei timori e dei
dubbi manifestati da alcuni suoi subordinati, mostrò fiducia e
imperturbabilità davanti all'imponente schieramento romano che si
stava accuratamente posizionando di fronte alle sue truppe a est del
fiume, dove era l'accampamento minore romano, la mattina del 2
agosto. Infatti, secondo quanto riferisce Plutarco, a un ufficiale
cartaginese di nome Gisgo che, stupefatto, aveva evidenziato quanto
fosse sterminato l'esercito romano, Annibale avrebbe risposto
ironicamente: «Un'altra cosa che ti è sfuggita, Gisgo, è ancora
più sorprendente: che anche se ci sono così tanti Romani, non ce
n'è nemmeno uno tra loro che si chiami Gisgo».
I consoli
Terenzio Varrone ed Emilio Paolo scelsero coscientemente di
affrontare la battaglia a est del fiume Aufidus, schierando il loro
enorme esercito a nord delle forze avversarie, con fronte a
mezzogiorno e il fianco destro a contatto con il corso del fiume, e
ritennero di poter minimizzare la superiorità della cavalleria
nemica e l'abilità tattica di Annibale proprio grazie alla
configurazione del terreno. Varrone e Paolo credevano che i
legionari, numericamente superiori, avrebbero duramente pressato i
Cartaginesi, fino a spingerli nel fiume dove, senza spazio di
manovra, sarebbero morti nel panico. Tenendo presente che le due
vittorie precedenti di Annibale erano state in gran parte decise
dalla sua abilità e scaltrezza, Varrone e Paolo ricercarono un campo
di battaglia scoperto e privo di insidie. Il campo di Canne sembrava
corrispondere a questa esigenza, perché privo di luoghi dove
nascondere truppe per compiere un agguato al nemico; inoltre, la
presenza di alcune colline sul fianco sinistro dei Romani avrebbe
dovuto impedire anche in questa zona le agili manovre della
cavalleria numida ed evitare manovre di aggiramento in profondità.
Annibale non era
preoccupato per la sua posizione vicina al fiume Aufidus; al
contrario, questo fattore venne da lui utilizzato per favorire la sua
strategia. A causa del fiume i Romani non avrebbero potuto effettuare
una manovra a tenaglia intorno all'esercito cartaginese, in quanto
uno dei fianchi dell'esercito di Annibale era schierato troppo vicino
al fiume. I Romani erano intralciati sul loro fianco destro dal fiume
Aufidus, e quindi il fianco sinistro era l'unica via praticabile di
ripiegamento. Inoltre, le forze cartaginesi avrebbero manovrato in
modo che i Romani avessero la faccia rivolta a sud. In tal modo il
sole del mattino batteva l'una e l'altra parte, molto opportunamente,
di fianco, e il vento a tergo dei Cartaginesi avrebbe alzato polvere
contro le facce dei Romani. In ogni caso la straordinaria
distribuzione dell'esercito effettuata da Annibale, basata
sull'analisi del territorio e sulla sua comprensione delle capacità
delle proprie truppe, si rivelò decisiva.
La
battaglia
ebbe
inizio con il confronto tra le
fanterie leggere
che precedette la vera battaglia campale tra il grosso dei due
eserciti; vennero scagliati giavellotti, proiettili e frecce.
Probabilmente in questa fase iniziale i Velites erano avvantaggiati
dalla superiorità numerica e dalla maggiore precisione di tiro.
Annibale decise di lanciare sin dall'inizio la cavalleria pesante
comandata da Asdrubale contro la cavalleria romana, usando come
protezione una grande
nuvola di
polvere che
probabilmente si era creata, a causa della marcia degli eserciti e
dello scontro iniziale tra fanterie leggere, al centro del campo di
battaglia.
La cavalleria
pesante ibero-celtica, schierata sul fianco
sinistro attaccò quindi violentemente la cavalleria
romana, impiegando una tattica inconsueta, ma ben preparata e
non prevista dai Romani; Asdrubale ordinò una carica corpo a corpo.
Polibio narra come i cavalieri ispanici e celti affrontarono la
battaglia a piedi dopo essere scesi dai cavalli in
quello che egli considera un metodo barbaro di combattere. I Romani,
sorpresi dall'attacco, urtati e pressati dai nemici, schiacciati sia
nelle prime linee sia in quelle più indietro dello schieramento,
dovettero scendere dai loro cavalli, probabilmente anche per la
difficoltà di controllarli e perché impossibilitati a manovrare in
uno spazio troppo stretto. In tal modo uno
scontro di cavalleria si trasformò in prevalenza in un combattimento
tra cavalieri appiedati.
«L'ala sinistra
della cavalleria gallica e ispanica si azzuffò con l'ala destra
romana, non tuttavia in forma di combattimento equestre: bisognava
infatti lottare frontalmente poiché non era presente attorno spazio
per evoluzioni; da un lato le serravano le schiere dei fanti e
dall'altro il fiume. Si urtarono dunque da entrambe le parti in linea
di fronte; forzati a immobilità dalla calca i cavalli, i cavalieri
si abbrancavano l'uno per gettar l'altro di sella. La battaglia era
ormai divenuta prevalentemente pedestre; tuttavia si combatté più
aspramente che a lungo, e i cavalieri romani, respinti, volsero in
fuga.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri (testo latino), XXII, 47)
«Dopo dunque la
disposizione di tutto il suo esercito in linea retta, prese le
compagnie centrali degli Ispanici e dei Celti e avanzò con loro,
mantenendo il resto della linea in contatto con queste compagnie, ma
a poco a poco essi si staccarono, in modo tale da produrre una
formazione a forma di mezzaluna, la linea delle compagnie
fiancheggianti stava crescendo in sottigliezza poiché era stata
prolungata, il suo scopo era quello di impiegare gli Africani come
forza di riserva e di iniziare l'azione con gli Ispanici ed i Celti»
(Polibio, Storie III, 113)
Si ritiene che
lo scopo di questa formazione sia stato quello di rompere lo slancio
in avanti della fanteria romana, e ritardare la sua avanzata prima di
altri sviluppi autorizzati da Annibale per distribuire la sua
fanteria africana nel modo più efficace. Detto questo, mentre la
maggior parte degli storici ritengono che l'azione di Annibale sia
stata deliberata, ci sono quelli che hanno chiamato questo racconto
di fantasia, e sostengono che le azioni descritte rappresentino prima
la curvatura naturale che si verifica quando un ampio fronte di
fanteria marcia in avanti e poi (quando il senso della mezzaluna si
invertì) la ritirata del centro cartaginese causata dall'azione
scioccante di incontrare il centro della linea romana dove le forze
erano grandemente concentrate.
Dopo la breve
fase iniziale degli scontri tra i reparti di fanteria leggera, le
legioni romane,
guidate dai consolari Marco Minucio Rufo e Gneo Servilio Gemino,
diedero inizio al loro massiccio attacco frontale da
cui i consoli si attendevano risultati decisivi; in formazione
serrata, protetti dai lunghi scudi affiancati, con i gladi pronti
sulla mano destra, i legionari si avvicinarono metodicamente alla
mezzaluna formata dalla fanteria ibero-gallica urtando inizialmente
solo la punta dello schieramento avversario. Con i manipoli schierati
in file profonde e i legionari più esperti presenti nelle prime
linee e nelle zone centrali delle legioni, i Romani, oltre 55.000
soldati contro circa 20.000, esercitarono un urto irresistibile
contro il sottile fronte nemico.
Sull'ala destra
dell'esercito Cartaginese, i Numidi si impegnarono per
agganciare e trattenere la cavalleria alleata ai Romani
e la battaglia in questo settore si prolungò senza risultati
decisivi. Dopo aver sconfitto la cavalleria romana,
i cavalieri ispanici e gallici di Asdrubale accorsero in aiuto dei
Numidi e la cavalleria alleata ai Romani venne sopraffatta
e si disperse abbandonando il campo di battaglia. I Numidi li
inseguirono fuori dal campo.
Tito Livio
inserisce nella sua narrazione l'episodio di un inganno della
cavalleria leggera cartaginese: «All'ala sinistra dei Romani, dove
contro i Numidi stavano i cavalieri degli alleati, ardeva la
battaglia [...] Circa cinquecento numidi, che oltre le solite armi e
i giavellotti avevano gladii nascosti sotto le corazze, erano
avanzati allontanandosi dai loro compagni fingendosi disertori, con
gli scudi dietro le spalle; poi celermente erano scesi da cavallo, e,
gettati ai piedi dei nemici gli scudi e i dardi, furono accolti in
mezzo allo schieramento e, condotti nelle ultime file, ebbero
l'ordine di fermarsi là dietro. Finché la battaglia non fu accesa
da tutte le parti, stettero fermi; quando poi la lotta tenne occupati
gli occhi e l'animo di tutti, allora, dato piglio agli scudi, che
giacevano sparsi qua e là tra i mucchi degli uccisi, assalirono i
soldati romani alle spalle, e, ferendoli alla schiena e tagliando
loro i garetti, produssero grande strage, spavento e confusione anche
maggiori.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri (testo latino), XXII,
48)
Mentre i Romani
avanzavano, il vento dall'Est secondo Theodore Dodge o il Volturno da
sud secondo Livio soffiava polvere nei loro volti e oscurava
la loro visione. Mentre il vento non è stato un fattore importante,
la polvere che entrambi gli eserciti crearono dovrebbe essere stato
invece un fattore limitante per la vista. Anche se la
polvere avesse reso la vista difficile, le truppe sarebbero state
comunque in grado di vedere gli altri a distanza ravvicinata. La
polvere, però, non era l'unico fattore psicologico coinvolto nella
battaglia. Perché la posizione della battaglia era alquanto distante
da entrambi gli accampamenti, entrambe le parti sono state costrette
a combattere dopo un riposo notturno insufficiente. I Romani
affrontarono un altro inconveniente causato dalla mancanza di una
corretta idratazione a causa dell'attacco di Annibale contro
l'accampamento romano durante il giorno precedente. Inoltre, il
numero molto elevato di truppe provocò una straordinaria quantità
di rumore di fondo. Tutti questi fattori psicologici resero la
battaglia particolarmente difficile per i fanti.
Battaglia di
Canne 216 a.C. - Distruzione dell'esercito romano
Dopo meno di
un'ora di scontri corpo a corpo tra gli ibero-galli e le disciplinate
legioni romane, imbattibili in uno scontro frontale per la coesione
dello schieramento, la capacità dei centurioni e la superiorità
dell'armamento, le linee cartaginesi iniziarono a ripiegare subendo
numerose perdite. Annibale iniziò quindi il ritiro
controllato dei suoi uomini nel debole centro del
fronte. La mezzaluna delle truppe ispaniche e galliche si
piegò verso l'interno, a mano a mano che i guerrieri si ritiravano.
Conoscendo la superiorità dei legionari romani, Annibale aveva
istruito la sua fanteria a ritirarsi volontariamente, creando così
un semicerchio sempre più serrato intorno alle forze
attaccanti romane. In questo modo, aveva trasformato la forza
d'urto delle legioni romane, guidate anche dal console
Emilio Paolo che era sopravvissuto allo scontro tra le cavallerie, in
elemento di debolezza. Inoltre, mentre le prime file stavano
avanzando gradualmente, la maggior parte delle truppe romane cominciò
a perdere la coesione, in quanto esse cominciarono ad affollarsi in
avanti per accelerare la prevista vittoria. Ben presto sotto la
pressione delle linee successive lo schieramento
delle legioni divenne ancor più serrato, massiccio e
compresso, limitando gli spazi e la libertà di movimento dei
legionari.
In questa fase
critica Annibale e Magone riuscirono nel difficile compito di evitare
un crollo totale delle forze ibero-galliche e a mantenere uno
schieramento difensivo che, pur subendo pesanti perdite, non si
frantumò ma riuscì a ripiegare lentamente conservando la coesione e
permettendo al condottiero cartaginese di completare la sua audace
manovra combinata sui fianchi e alle spalle della grande massa delle
legioni in formazione serrata anche perché, premendo in avanti con
la volontà di schiacciare al più presto le truppe ispaniche e
galliche, i Romani avevano ignorato (forse a causa
anche della polvere) le truppe africane che si
trovavano non impegnate sulle estremità sporgenti della
mezzaluna ormai rovesciata.
Grazie alla
manovra, sebbene la fanteria ibero-galla avesse subito perdite di
oltre 5.000 uomini per la micidiale potenza d'urto frontale dei
legionari romani, Annibale riuscì a guadagnare il tempo necessario
alla cavalleria cartaginese per costringere alla fuga
la cavalleria romana su entrambi i fianchi e per attaccare il
centro romano nella parte posteriore. Inoltre
fece in modo che i Romani esponessero pericolosamente i
fianchi dove erano schierati i reparti meno esperti delle
legioni romano-italiche.
La fanteria
romana, ormai esposta su entrambi i fianchi a
causa della disfatta della cavalleria, aveva quindi
formato un cuneo spinto sempre più in profondità nel semicerchio
cartaginese, avanzando in una breccia avente ai lati la
fanteria africana. A questo punto, Annibale ordinò
alla sua fanteria africana, che aveva addestrato a combattere in
formazioni meno serrate, corpo a corpo con il gladio, rinunciando
alle tattiche oplitiche, di girare verso l'interno e avanzare contro
i fianchi del nemico, creando un accerchiamento delle legioni
romane in uno dei primi esempi conosciuti di manovra a
tenaglia.
Quando la
cavalleria cartaginese attaccò i Romani alle
spalle, ed i fanti africani li assalirono sui fianchi
destro e sinistro, la fanteria romana in avanzata frontale
fu costretta a fermarsi. Sui fianchi i legionari romani
si trovarono in grave difficoltà e, sorpresi dalla comparsa della
fanteria pesante africana, non riuscirono a contenere il nemico.
Rifluendo indietro con gravi perdite questi reparti laterali andarono
ad urtare le altre linee delle legioni, costringendole ad arrestarsi,
accrescendo la confusione ed impedendo alla massa dei legionari di
entrare in combattimento a causa della mancanza di spazio.
Quindi, la
massa
dei
legionari si ritrovò
serrata da ogni parte,
compressa in uno spazio sempre più ristretto, con solo le
linee esterne in combattimento su tutti i lati; i
Romani
vennero progressivamente
annientati dalla
fanteria africana
sui
fianchi, dalla
cavalleria alle
spalle, dagli
ibero-
galli di
fronte, nel corso di lunghe ore
di sanguinosi combattimenti corpo a corpo. I legionari, schiacciati
l'uno contro l'altro, costretti a ripiegare lentamente, confusi,
disorientati dall'inattesa svolta, stanchi, furono lentamente
distrutti; con la morte dei centurioni e la perdita delle insegne, le
legioni si disgregarono e si dissolsero; gran parte si ammassarono e
caddero verso il centro, piccoli gruppi vennero annientati mentre
fuggivano in varie direzioni. Polibio è chiaro nella descrizione del
meccanismo della distruzione delle legioni accerchiate: «in quanto i
loro ranghi esterni erano continuamente distrutti, ed i superstiti
erano costretti a ritirarsi e si stringevano insieme, sono stati
infine tutti uccisi, dove si trovavano». I cartaginesi continuarono
il massacro dei Romani per circa
sei ore e, secondo la
narrazione di Tito Livio, l'impegno fisico dell'
annientamento
con
armi bianche di migliaia di Romani fu estenuante
anche per i guerrieri africani, che Annibale rinforzò con la
cavalleria pesante ibero-galla.
In questa battaglia la
cavalleria dei Cartaginesi ha rivestito una
funzione determinante per la vittoria.
Il console
Emilio Paolo, anche se all'inizio del combattimento era stato
gravemente ferito da una fionda, decise di rimanere sul campo e di
combattere fino alla fine; in alcuni punti riaccese la battaglia,
sotto la protezione dei cavalieri romani. Infine mise da parte i
cavalli, perché gli mancavano anche le forze per riuscire a rimanere
in sella. Livio narra che allorché Annibale apprese che il console
aveva ordinato ai cavalieri di smontare a piedi, avrebbe detto:
«Quanto preferirei che me li consegnasse già legati!». Il console
aristocratico alla fine cadde valorosamente sul campo, bersagliato
dai nemici in avanzata, senza essere stato riconosciuto. Cowley afferma che per sei ore, circa 600 legionari furono massacrati ogni minuto; fino a quando l'oscurità pose fine alla carneficina.
«Tante migliaia
di Romani stavano morendo [...] Alcuni, le cui ferite erano eccitate
dal freddo mattino, nel momento in cui si stavano alzando, coperti di
sangue, dal mezzo dei mucchi di uccisi, erano sopraffatti dal nemico.
Alcuni sono stati trovati con le teste immerse nelle buche in terra,
che avevano scavato; avendo, così come si mostrò, realizzato buche
per loro stessi, e essendosi soffocati.» (Tito Livio, Ab Urbe
condita libri (testo latino), XXII, 51).
Dopo la morte di
Emilio Paolo, i superstiti fuggirono in modo disordinato: settemila
uomini ripiegarono nell'accampamento più piccolo, diecimila in
quello più grande, e circa duemila nello stesso villaggio di Canne;
questi furono subito accerchiati da Cartalone e dai suoi cavalieri,
poiché nessuna fortificazione proteggeva il villaggio. Nei due
accampamenti i soldati romani erano quasi disarmati e privi di
comandanti; quelli dell'accampamento maggiore chiesero agli altri di
unirsi a loro, mentre la stanchezza ancora ritardava l'arrivo dei
nemici, esausti dalla battaglia e impegnati nei festeggiamenti per la
vittoria, si sarebbero diretti tutti insieme a Canusio. Alcuni
respinsero la proposta bruscamente, chiedendo perché dovessero
essere loro a esporsi tanto al pericolo andando all'accampamento
maggiore e non potessero invece essere gli altri ad andare da loro.
Ad altri non tanto spiaceva la proposta quanto mancava il coraggio di
muoversi.
La sera, avendo
raggiunto la vittoria completa, i Cartaginesi sospesero
l'inseguimento dei nemici, tornarono nell'accampamento e, trascorse
alcune ore di festa, si misero a dormire. Durante la notte, a causa
dei feriti che giacevano ancora sulla piana, riecheggiarono lamenti e
grida. La mattina successiva iniziò la depredazione, da parte dei
Cartaginesi, dei corpi dei Romani caduti in battaglia. Poiché l'odio
mortale e inestinguibile che i Cartaginesi provavano per i loro
nemici non era stato placato dal massacro di 40.000 di loro, essi
picchiarono e pugnalarono i feriti ancora in vita ovunque li
trovarono, come una sorta di passatempo mattiniero dopo le dure
fatiche dei giorni precedenti. Questo massacro, tuttavia, potrebbe
difficilmente essere considerato una crudeltà verso le povere
vittime, perché molti di loro scoprirono il proprio petto agli
assalitori, e invocarono il colpo mortale che avrebbe posto fine alle
loro sofferenze. Durante l'esplorazione del campo, un soldato
cartaginese fu trovato ancora vivo, ma imprigionato dal cadavere del
suo nemico Romano disteso su di lui. Il volto del cartaginese e le
sue orecchie erano orrendamente lacerate. Il romano, cadendo su di
lui quando entrambi erano gravemente feriti, aveva continuato a
battersi con i denti, poiché non riusciva più a usare la sua arma,
e morì alla fine, bloccando il suo nemico esausto con il proprio
corpo esanime.
Polibio scrisse
che della fanteria romana e degli alleati, 70.000 furono uccisi,
10.000 catturati, e "forse" solo 3.000 sopravvissero. Egli
riferisce anche che dei 6.000 cavalieri romani e alleati, solo 370
riuscirono a mettersi in salvo.
Tito Livio
scrisse: «45.000 fanti, si dice, e 2.700 cavalieri, metà romani e
metà alleati, caddero uccisi: tra essi i due questori dei consoli:
Lucio Atilio e Lucio Furio Bibàculo, e ventinove tribuni dei
soldati, alcuni consolari e già stati pretori o edili (tra essi Cneo
Servilio e Marco Minucio, che era stato maestro della cavalleria
l'anno precedente e console alcuni anni addietro); e inoltre
ottanta/novanta senatori o eleggibili senatori per le cariche già
esercitate, i quali si erano arruolati come volontari. 3.000 fanti e
1.500 cavalieri si narra che furon fatti prigionieri. Altre uccisioni
e migliaia di prigionieri verranno fatti tra i milites delle due
legioni lasciate a difesa e come riserva negli accampamenti]» Anche
se Livio non cita la sua fonte con il nome, è stato probabilmente
Quinto Fabio Pittore, uno storico romano che ha combattuto nella
Seconda guerra punica, che scrisse riguardo ad essa. È Pittore colui
che Livio nomina quando riferisce le perdite nella battaglia del
Trebbia. In seguito tutti gli storici romani (e greco-romani)
seguirono in gran parte le cifre di Livio. Appiano di Alessandria
disse che 50.000 furono uccisi e "moltissimi" furono presi
prigionieri. Plutarco era d'accordo, «50.000 Romani caddero in
quella battaglia [...] 4.000 sono stati presi vivi». Quintiliano
scrisse: «60.000 uomini sono stati uccisi da Annibale a Canne».
Eutropio: «20 funzionari consolari e di rango pretorio, 30 senatori
e 300 altri di discendenza nobile sono stati presi o uccisi così
come 40.000 fanti e 3.500 cavalieri.»
La maggior parte
degli storici moderni, pur considerando le cifre di Polibio errate,
sono disposti ad accettare le cifre di Livio. Alcuni storici più
recenti sono giunti a cifre molto più basse. Cantalupi propose che
le perdite romane siano state fra le 10.500 e le 16.000 unità. Anche
Samuels considera le cifre di Livio come troppo elevate per il fatto
che la cavalleria sarebbe stata insufficiente per prevenire la fuga
della fanteria romana. Egli dubita anche che Annibale Barca volesse
un alto numero di morti poiché gran parte dell'esercito era composto
da italici che egli sperava di avere come alleati in futuro.
Tito Livio
riferisce che Annibale perse 6.000 o circa 8.000 uomini. Polibio
riporta 5.700 morti: 4.000 galli, 1.500 spagnoli e africani, e 200
cavalieri. Annibale comandò che allo splendore dell'aurora del
giorno seguente si desse sepoltura ai compagni morti con roghi
funebri.
Verso la fine
della battaglia, un ufficiale romano di nome Lentulo, mentre stava
fuggendo a cavallo, vide un altro ufficiale seduto sulla pietra,
debole e sanguinante. Quando scoprì che era Emilio Paolo gli offrì
il proprio cavallo, ma Emilio, vedendo che era troppo tardi per
salvare la propria vita, declinò l'offerta ed esortò Lentulo a
fuggire al più presto dicendo: «Vai avanti, quindi, tu stesso, il
più veloce che puoi, sfrutta al meglio la tua strada verso Roma.
Chiama le autorità locali qui, da me, che tutto è perduto, e devono
fare ciò che essi possono per la difesa della città. Vai più
veloce che puoi, o Annibale sarà alle porte prima di te.» Emilio
mandò un messaggio anche a Fabio, declinando le proprie
responsabilità nella battaglia e dichiarando che aveva fatto ciò
che era in suo potere per continuarne la strategia. Lentulo, avendo
ricevuto questo messaggio, e vedendo che i Cartaginesi gli erano
vicini, se ne andò, abbandonando Emilio Paolo al suo destino. I
Cartaginesi, accortosi dell'uomo ferito, infilzarono le lance uno
alla volta nel suo corpo, finché non smise di muoversi. Il giorno
dopo la battaglia Annibale si compiacque di onorare il nemico
ordinando il funerale del console Emilio Paolo. Il suo corpo fu posto
su un rogo altissimo e fu elogiato da Annibale, che gettata sul
cadavere una clamide tessuta d'oro e un drappo fiammeggiante di cupa
porpora, gli diede così l'estremo addio: «Va, o gloria d'Italia,
ove dimorano spiriti eccelsi d'insigne valore! La morte ti diede già
lode immortale mentre la Fortuna agita ancora i miei eventi e mi
nasconde l'avvenire».
Varrone invece
si rifugiò a Venosa con un drappello di circa cinquanta cavalieri e
decise che avrebbe cercato di radunare lì i resti dell'esercito.
«Mai prima
d'ora, mentre la stessa città era ancora sicura, c'era stato tanto
turbamento e panico tra le sue mura. Non cercherò di descriverlo, né
io indebolirò la realtà andando nei dettagli. Dopo la perdita di un
console e dell'esercito nella battaglia del Trasimeno l'anno
precedente, non fu una ferita dopo l'altra, ma una strage molto (più)
grande quella che era stata appena annunciata. Secondo le fonti due
eserciti consolari e due consoli sono stati persi, non c'era più
nessun accampamento romano, nessun generale, nessun soldato in
esistenza, Puglia, Sannio, quasi tutta l'Italia giaceva ai piedi di
Annibale. Certamente non c'è altro popolo che non avrebbe ceduto
sotto il peso di una simile calamità.» (Tito Livio, Ab Urbe condita
libri (testo latino), XXII, 54.)
Per un breve
periodo di tempo, i Romani furono nel caos completo. I loro migliori
eserciti nella penisola erano stati distrutti, i pochi restanti erano
fortemente demoralizzati, e l'unico console restante (Varrone) era
completamente screditato. Fu una catastrofe terribile per i Romani.
Come si racconta, Roma dichiarò una giornata di lutto nazionale, in
quanto non c'era nessuno a Roma che non avesse una qualche relazione
con una persona che vi era morta o che non ne fosse almeno
conoscente. Le principali misure adottate dal Senato furono di
cessare tutte le processioni pubbliche, vietare alle donne di uscire
di casa e punire i venditori ambulanti, tutte queste decisioni per
fermare il panico. Divennero così disperati che, guidati dal ceto
politico senatorio in cui era ritornato a dominare Quinto Fabio
Massimo Verrucoso, ricorsero al sacrificio umano, due volte
seppellendo persone vive al Foro di Roma e abbandonando un bambino di
grandi dimensioni nel Mare Adriatico. Tito Livio riporta che il
sacrificio fu decretato dai "decemviri sacrorum" dopo una
loro consultazione dei Libri Sibillini (libri fatales). In base al
responso di procedere con "sacrificia aliquot extraordinaria"
(alcuni sacrifici straordinari), furono seppelliti vivi nel Foro
Boario un uomo e una donna celti e due greci. Prima di tali cruenti
riti, Plutarco ricorda come nel 228 a.C., si fosse già proceduto ad
analoghi sacrifici umani prima della guerra contro gli Insubri (forse
uno degli ultimi casi registrati di sacrifici umani che i Romani
avrebbero eseguito, a meno che le esecuzioni pubbliche dei nemici
sconfitti dedicate a Marte vengano contate). Lucio Cecilio Metello,
un tribuno militare, è noto per aver molto disperato per la causa
romana in seguito alla battaglia, tanto da ritenere che tutto fosse
perduto e perciò invitò gli altri tribuni a fuggire via mare
all'estero e prestare servizio per qualche principe straniero. In
seguito per questa sua proposta fu costretto a pronunciare un
giuramento indissolubile di fedeltà a Roma.
Inoltre, i
sopravvissuti romani di Canne furono successivamente riuniti in due
legioni e assegnati alla Sicilia per il resto della guerra, come
punizione per il loro umiliante abbandono del campo di battaglia.
Oltre alla perdita fisica del suo esercito, Roma avrebbe sofferto una
sconfitta simbolica di prestigio. Un anello d'oro era un segno di
appartenenza alle classi patrizie della società romana. Annibale con
il suo esercito aveva raccolto più di 200 anelli
d'oro dai cadaveri sul campo di battaglia, e questa
collezione è stata ritenuta essere pari a "tre moggi e mezzo",
vale a dire più di 27 litri. Inviò, nelle mani del suo fratello
Magone Barca, tutti gli anelli a Cartagine come prova della sua
vittoria. La collezione fu versata sul vestibolo della curia
cartaginese.
Annibale, dopo
aver ottenuto l'ennesima vittoria (dopo le battaglie della Trebbia e
del Lago Trasimeno), aveva sconfitto l'equivalente di otto eserciti
consolari (sedici legioni oltre a un numero uguale di alleati). Nel
giro delle tre stagioni della campagna militare (20 mesi), Roma aveva
perso un quinto (150.000) di tutta la popolazione di cittadini che
aveva oltre i diciassette anni di età. Inoltre, l'effetto morale di
questa vittoria fu tale che la maggior parte dell'Italia meridionale
si vide indotta ad aderire alla causa di Annibale. Dopo la battaglia
di Canne, le province meridionali greche di Arpi, Salapia, Herdonia,
Uzentum, comprese le città di Capua e Taranto (due delle più grandi
città-stato in Italia) revocarono tutte la loro fedeltà a Roma e
promisero la loro lealtà ad Annibale. Come nota Polibio, «Quanto
più grave è stata la sconfitta di Canne, rispetto a quelle che
l'hanno preceduta, lo si vede dal comportamento degli alleati di
Roma; prima di quel fatidico giorno, la loro lealtà rimase
irremovibile, ora ha cominciato a vacillare per la semplice ragione
che disperano del potere romano.» Nello stesso anno, le città
greche in Sicilia sono state indotte alla rivolta contro il controllo
politico romano. Il re macedone Filippo V, aveva promesso il suo
appoggio ad Annibale e venne pertanto avviata la prima guerra
macedonica contro Roma. Il neo re Geronimo di Siracusa, sovrano
dell'unica località della Sicilia che era indipendente, concordò
un'alleanza con Annibale.
Dopo la
battaglia, Maarbale, comandante della cavalleria numida, esortò
Annibale a cogliere l'opportunità e marciare immediatamente su Roma
dicendo: «Anzi, perché tu ben sappia quanto si sia ottenuto con
questa giornata, [io ti dico che] fra cinque giorni banchetterai
vincitore sul Campidoglio. Seguimi, io ti precedo con la cavalleria,
affinché ti sappiano giunto prima di apprendere che ti sei messo in
marcia». Si dice che il rifiuto di quest'ultimo abbia provocato
un'esclamazione di Maarbale: «Gli dei evidentemente non hanno
concesso alla stessa persona tutte le doti: tu sai vincere, Annibale,
ma non sai approfittare della vittoria». Ma Annibale aveva buone
ragioni per giudicare la situazione strategica dopo la battaglia in
modo diverso da come fece Maarbale. Come sottolinea lo storico Hans
Delbrück, a causa dell'elevato numero di morti e feriti tra i suoi
ranghi, l'esercito punico non era in condizione di eseguire un
attacco diretto su Roma. Una marcia verso la città sul Tevere
sarebbe stata una dimostrazione inutile che avrebbe annullato
l'effetto psicologico di Canne sugli alleati di Roma. Anche se il suo
esercito fosse stato in piena forza, un assedio di successo di Roma
avrebbe richiesto ad Annibale di sottomettere una parte considerevole
dell'entroterra al fine di garantire il proprio approvvigionamento ed
impedire quello del nemico. Anche dopo le perdite enormi subite a
Canne, e la defezione di un certo numero di suoi alleati, Roma aveva
ancora manodopera abbondante per evitare questo e per mantenere allo
stesso tempo forze considerevoli in Iberia, in Sicilia, in Sardegna e
altrove, nonostante la presenza di Annibale in Italia. Come dice Sean
McKnight, dell'accademia militare di Sandhurst: «I Romani
probabilmente avevano a disposizione ancora molti uomini disposti ad
arruolarsi, la città avrebbe radunato nuove truppe e si sarebbe
difesa strenuamente, impegnare il suo esercito in un'impresa così
rischiosa avrebbe potuto vanificare le vittorie della campagna
militare. Ma forse considerando che Annibale alla fine perse la
guerra, era un rischio che avrebbe dovuto correre.». Il
comportamento di Annibale dopo le vittorie sul Trasimeno (217 a.C.) e
a Canne (216 a.C.), e il fatto che abbia attaccato per la prima volta
la stessa Roma solo cinque anni più tardi (nel 211 a.C.), suggerisce
che il suo obiettivo strategico non era la distruzione del suo
nemico, ma scoraggiare i Romani con una serie di stragi sui campi di
battaglia e ridurli ad un accordo di pace moderata privandoli dei
loro alleati.
Subito dopo
Canne, Annibale inviò Cartalone a Roma per negoziare un trattato di
pace con il Senato in termini moderati. Eppure, nonostante le
molteplici catastrofi che Roma aveva sofferto, il Senato romano
rifiutò di trattare. Anzi, raddoppiò nuovamente gli sforzi dei
Romani, dichiarando piena mobilitazione della popolazione maschile
romana e creò nuove legioni arruolando contadini senza terra e
persino gli schiavi.] Queste misure erano tanto severe che la parola
“pace” fu proibita, il lutto era limitato a soli 30 giorni e
l'esternazione del proprio dolore in pubblico fu vietata anche alle
donne. I Romani, dopo aver vissuto questa sconfitta catastrofica e
perso altre battaglie, avevano a questo punto imparato la lezione.
Per il resto della guerra in Italia, non avrebbero più accumulato
grandi forze sotto un unico comando contro Annibale, come era stato
durante la battaglia di Canne, invece avrebbero utilizzato molteplici
eserciti indipendenti, ancora superando le forze puniche nel numero
di eserciti e di soldati. Questa guerra ebbe ancora battaglie
occasionali, ma fu incentrata maggiormente attorno al prendere
capisaldi e ad un combattimento costante, secondo la strategia di
Quinto Fabio Massimo. Ciò infine costrinse Annibale con la sua
carenza di personale a ritirarsi a Crotone, da dove venne richiamato
in Africa per la battaglia di Zama, ponendo fine alla guerra con una
completa vittoria romana.
La battaglia di
Canne è rimasta famosa per la tattica seguita da Annibale e per il
ruolo che rivestì nella storia di Roma. Si trattò forse del più
sanguinoso scontro campale in assoluto in un solo giorno combattuto
in occidente. In questa occasione, non solo Annibale inflisse una
sconfitta alla Repubblica romana in una maniera che non si sarebbe
ripetuta per oltre un secolo, fino alla meno nota battaglia di
Arausio, ma ebbe anche luogo una battaglia destinata ad acquisire una
notorietà significativa nel campo dell'intera storia militare. Come
storico militare, Theodore Ayrault Dodge ha scritto: «Poche
battaglie dei tempi antichi sono maggiormente segnate dall'abilità
strategica [...] rispetto alla battaglia di Canne. La situazione era
tale da rendere tutti i vantaggi dalla parte di Annibale. Le modalità
secondo cui avanzarono i piedi iberici e gallici ben lungi
dall'essere perfetti in una linea a scalare, […] si trattennero e
poi si ritirarono passo dopo passo, finché non avessero raggiunto la
posizione inversa [...] è un capolavoro semplice di tattiche di
combattimento. L'avanzamento al momento opportuno della fanteria
africana, e la sua conversione a destra ed a sinistra sui fianchi dei
legionari romani disordinati ed ammassati, è molto oltre la lode.
L'intera battaglia, dal punto di vista cartaginese, è un'eccellente
opera d'arte, poiché non ci sono, nella storia della guerra, esempi
che la superino, mentre pochi la eguagliano.»
Come scrisse
Will Durant: «È stato un supremo esempio di abilità militare, mai
superato nella storia [...] e fissò le linee delle tattiche militari
per 2.000 anni.» Si tratta, fra l'altro, del primo utilizzo
attestato di manovra a tenaglia nel mondo occidentale.
Considerata
l'esempio per eccellenza di scaltrezza e di abilità di manovra, è
ancora oggi la battaglia più studiata da militari e da esperti di
tattica e strategia. Oltre a essere una delle più grandi sconfitte
mai inflitte all'esercito romano, la battaglia di Canne rappresenta
l'archetipo della battaglia di annientamento. Lo scontro assunse un
ruolo "mitico" anche nella scienza strategica degli
eserciti moderni; in particolare, lo stato maggiore tedesco-prussiano
considerò lo schema strategico della battaglia di Canne come un
punto di arrivo ideale da ricercare costantemente in guerra. Come
Dwight D. Eisenhower, comandante supremo delle forze di spedizione
alleate nella seconda guerra mondiale, scrisse una volta: «Ogni
comandante di terra cerca la battaglia di annientamento; nella misura
in cui le condizioni lo permettano, cerca di duplicare nella guerra
moderna l'esempio classico di Canne».
La totalità
della vittoria di Annibale ha reso il nome "Canne" sinonimo
di successo militare, e oggi è studiata nei dettagli in numerose
accademie militari di tutto il mondo. L'idea che un intero esercito
possa essere circondato e annientato in un colpo solo ha affascinato
i successivi strateghi occidentali per secoli e secoli (tra cui
Federico il Grande e Helmuth von Moltke) che hanno tentato di
ricreare la loro propria "Canne". Lo studio seminale
attuato da Hans Delbrück riguardo alla battaglia ebbe una profonda
influenza sui successivi teorici militari tedeschi, in particolare il
capo di stato maggiore nell'esercito imperiale Alfred von Schlieffen
(il cui "omonimo piano" di invasione della Francia, è
stato ispirato dalla tattica di Annibale). Attraverso i suoi scritti,
Schlieffen insegnò che il "modello Canne" avrebbe
continuato a essere applicabile in manovre di guerra per tutto il
ventesimo secolo: «Una battaglia di annientamento può essere
effettuata oggi secondo lo stesso piano ideato da Annibale in tempi
lontani dimenticati. Il fronte nemico non è l'obiettivo principale
dell'attacco. La massa delle truppe e le riserve non dovrebbero
essere concentrate contro il fronte nemico, l'essenziale è che i
fianchi siano schiacciati. Le ali non dovrebbero essere dirette nei
punti avanzati del fronte, ma piuttosto lungo tutta la profondità e
l'estensione della formazione nemica. L'annientamento è completato
attraverso un attacco contro la parte posteriore del nemico [...] Per
arrivare ad una vittoria decisiva e annientatrice è necessario un
attacco contro la parte anteriore e contro uno o entrambi i
fianchi.». Schlieffen in seguito sviluppò la propria dottrina
operativa in una serie di articoli, molti dei quali successivamente
sono stati tradotti e pubblicati in un lavoro intitolato Cannae.
La bruciante sconfitta a Canne, indusse i Romani ad una rielaborazione della tattica legionaria, con un maggiore impiego di contingenti di cavalleria di regni alleati, visto che fra i Romani prevaleva la vocazione dell'appartenenza alla legione di pedites, considerata il nerbo dell'esercito. Avvenne così che Scipione Africano, nella battaglia di Zama del 202 a.C., con l'esercito romano unito a 4.000 cavalieri alleati numidi, comandati da Massinissa, riuscì a battere in modo definitivo le forze cartaginesi di Annibale.
La battaglia di Zama è
stata l'ultima battaglia, combattuta il 19 ottobre 202 a.C. a Zama in
Africa, della seconda guerra punica, che ha determinato il definitivo
ridimensionamento di Cartagine come potenza militare e politica del
Mar Mediterraneo.
Ci restano due tradizioni sulla
battaglia di Zama: una di Livio e Polibio, seguita dalla maggior
parte degli storici moderni, l'altra di Appiano e Cassio Dione, meno
attendibile e meno seguita.
Publio Cornelio Scipione era sbarcato
in Africa nel 204 a.C. ed aveva subito iniziato la campagna per
costringere i Cartaginesi ad arrendersi. Affrontò in diverse
battaglie i generali nemici sconfiggendoli tutti e perfezionando la
tattica dell'accerchiamento, che ora,dopo la devastante sconfitta che
i Romani avevano subito a Canne grazie a quella tattica, riusciva a
fare anche senza cavalleria. Il romano era riuscito a portare dalla
sua parte anche un principe numida in esilio, Massinissa,
appoggiandolo nella sua campagna per conquistare il trono, tenuto da
Siface, alleato di Cartagine. Il giovane principe ricambiò il romano
offrendo la sua preziosa cavalleria, che tanto aveva aiutato
Annibale.
Dopo una serie di pesanti sconfitte, il
sinedrio cartaginese aveva deciso di richiamare Annibale dall'Italia. Nel 203 a.C., il Barcide toccò il suolo africano, dopo 33 anni, nella Byzacena, ad Hadrumetum
(oggi Susa), 80 km più a sud di dove la sua famiglia
aveva dei possedimenti.
Barcidi erano chiamati i componenti
della famiglia di Annibale, tra le più in vista dell'aristocrazia
dell'antica Cartagine. Grandissima nemica di Roma, la famiglia si
distingueva dal soprannome di Amilcare, padre di Annibale, Asdrubale
e Magone oltre a tre femmine, detto "Barak", ovvero
"folgore", "fulmine", per le sue qualità di
condottiero di eserciti e di politico decisionista. Secondo un'altra
interpretazione il nome di Barca deriverebbe da "Baruk"
ovvero "il benedetto" a indicare una particolare protezione
da parte degli Dèi. "Barca" non è quindi un cognome vero
e proprio che, come nell'uso romano, stava ad indicare una famiglia o
una gens. Amilcare Barca fu un generale davvero geniale e innovativo:
perfezionò la manovra avvolgente, ereditata dall'Oriente ellenistico
e da Santippo, e introdusse un metodo per frenare gli elefanti da
guerra imbizzarriti, in modo da evitare che si volgessero contro le
unità dell'esercito punico: dotò i cornac (i conducenti) di
mazzuoli e grandi chiodi che, all'occorrenza, venivano conficcati nel
cranio degli animali, uccidendoli.
Appena sbarcato con i
suoi 15.000 veterani, Annibale si diede a risistemare l'esercito
cartaginese, ricevendo nuove reclute da Cartagine oltre ai mercenari di
Asdrubale Giscone e del proprio fratello Magone Barca, (figlio minore di Amilcare Barca) per prepararsi a combattere una
battaglia che sapeva essere decisiva. I Punici, sicuri della vittoria,
rifiutarono il trattato di pace offerto da Scipione, che
immediatamente si diede a devastare i territori dell'interno della
Tunisia, mentre richiamava Massinissa e la sua cavalleria, impegnati
a pacificare alcune zone del regno numida in rivolta.
Annibale, sollecitato ad intervenire dai suoi
concittadini per evitare che i due si riunissero, marciò a
tappe forzate verso l'interno senza però riuscire nel suo intento.
Dopo aver cercato ancora una soluzione pacifica perché conscio dei
limiti dei suoi uomini, fu costretto a combattere.
Da
https://www.skuolasprint.it/versione-livio/annibale-parla-a-scipione-prima-della-battaglia-di-zama-A_92046.html,
il discorso di Annibale a Scipione: "Certamente
sarebbe stato molto meglio che ci fosse quel pensiero, dato dagli dei
ai nostri padri, che con il dominio, sia voi dell'Italia, sia noi
dell'Africa, saremmo stati contenti. E certo nemmeno per voi Sicilia
e Sardegna sono compensazioni sufficienti per la perdita di tante
flotte, di tanti eserciti, di tanti straordinari comandanti persi; ma
i tempi passati si possono criticare più che correggere. E così
abbiamo desiderato le cose altrui così che ora dobbiamo combattere
per i nostri, così che non c'è solo la guerra per noi in Italia e
per voi in Africa, ma come voi avete visto le insegne e le armi dei
nemici quasi alle vostre porte e alle mura, così noi udiamo da
Cartagine lo strepito degli accampamenti romani. Ciò che noi
soprattutto vorremmo scongiurare e voi, invece, vorreste desiderare,
poiché vi trovate in una situazione più favorevole, è considerare
la possibilità della pace. A trattare siamo dunque noi, ai quali
soprattutto interessa che si faccia la pace, le nostre città
accetteranno senz'altro le condizioni decise da noi: quello che conta
è che il nostro animo non sia alieno da progetti di pace. Per quanto
mi riguarda, ormai l'età, le fortune e le avversità ammaestrarono
me, che ritorno vecchio in patria da dove partii fanciullo, al punto
da farmi preferire di seguire i consigli della ragione piuttosto che
le vicende della fortuna; mi fanno paura la tua giovinezza ed i tuoi
continui successi, dai quali proviene quell'orgoglio che è nemico
delle soluzioni pacifiche. Colui che la fortuna non ha mai
abbandonato, difficilmente considera le incertezze della sorte. Oggi
sei tu quello che io fui al Trasimeno e a Canne. La fortuna in
nessuna circostanza ha mai tradito te che hai fin da principio
affrontato ogni tua impresa con incredibile audacia, per quanto
avessi assunto il supremo comando in età appena atta al servizio
militare."
Preciso che non sappiamo esattamente
dove fosse il sito chiamato Zama in cui si svolse la battaglia.
Tratto da Storia del mondo Romano, vol
1. di Howard H. Scullard: "Nell'Africa settentrionale vi erano
probabilmente due città chiamate Zama (una terza a Sidi Abd el
Djedidi, a nord-ovest di Kairouan, non era forse chiamata Zama). Zama
Regia era con ogni probabilità Seba Biar, ma questo insediamento può
essere scomparso e la Zama dell'impero romano può essersi trovata
nell'odierna Jama...".
Ovunque sia stata Zama, le
forze schierate in
campo pare fossero:
per i Romani al comando di Publio Cornelio Scipione, 23.000 Romani e Italici (citati da
Appiano), 6.000 Numidi (Liv., XXX, 29, 4; Pol., XV, 5, 12) e
probabilmente 900 berberi (De Sanctis) per un totale di 29.900
fanti e 1.500 Romani e Italici (citati da Appiano), 4.000
Numidi (Liv., XXX, 29, 4; Pol., XV, 5, 12), 600 Berberi (citati da
Appiano) per un totale di 6.100 cavalieri.
I Romani al centro schieravano le legioni, con in prima linea gli astati, dopo di questi i principi e infine i triari. Sia Livio che Polibio mettono però in evidenza il fatto che i manipoli non fossero schierati a scacchiera, come erano soliti fare i romani, ma che ogni manipolo di principi e triari fosse allineato perfettamente al corrispondente degli astati sul fronte dell'esercito, per permettere il passaggio degli elefanti senza troppi danni negli ampi spazi così liberati. Per evitare che il fronte così sistemato si presentasse debole, tra un manipolo e l'altro di astati furono sistemati i veliti, col preciso ordine di iniziare la battaglia e di ritirarsi dietro l'esercito lasciando liberi i corridoi verticali.
L'ala sinistra era costituita dalla cavalleria italica guidata da Gaio Lelio (Pol., XV, 9, 8; Liv., 30, 33) e probabilmente anche i cavalieri berberi di Damacas. L'ala destra era composta sia da cavalleria che fanteria numidica guidata da Massinissa (Pol., XV, 9, 8; Liv., 30, 33).
Dall'altra parte, i Cartaginesi comandati da Annibale Barca disponevano di 12.000 mercenari
tra Liguri, Celti, Baleari e Mauri (Pol., XV, 11, 1), 15.000 Libici e
Cartaginesi, 15.000 veterani della campagna d'Italia e probabilmente
anche 4.000 macedoni (Liv., XXX, 26, 3) per un totale di 46.000
fanti, 2.000 Cartaginesi e 2.000 Numidi per un totale di 4.000
cavalieri oltre a 80 elefanti (Liv., XXX, 33,
4) o un numero leggermente maggiore (Pol., XV, 11, 1).
I Cartaginesi
schieravano al centro, davanti a tutti, gli 80 o più
elefanti, dietro questi la prima linea di fanteria formata dai
mercenari mentre la seconda linea era composta da libici, cartaginesi
e, stando a Livio (XXX: 26, 3; 33, 5; 42, 4-5), anche forze inviate
dalla Macedonia guidate da Soprato; infine in terza linea,
distanziati di uno stadio (Pol., XV, 11, 2), cioè circa 200 metri, i
veterani della campagna italica di Annibale. All'ala sinistra
la cavalleria numidica e all'ala destra la cavalleria cartaginese.
Annibale lanciò
la carica degli elefanti, ma ormai i romani avevano imparato come
trattare quelle enormi bestie; con trombe acute e alte grida
spaventarono i bestioni che, imbizzarriti, fuggirono da quel fracasso
e si volsero contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra
cartaginese. Questo causò il caos e le file della cavalleria
cartaginese furono scompaginate, così Scipione ne approfittò
mandando Massinissa, che era posto di fronte a questa con i suoi
cavalieri, a sbaragliare definitivamente gli avversari diretti.
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Parte degli elefanti scompaginano la cavalleria numidica cartaginese che viene annientata da quella di Massinissa, mentre gli altri elefanti si incanalano nei corridoi della fanteria romana. Di Mohammad adil en.wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/ w/index.php?curid=17974405.
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Tuttavia qualche
elefante, che non si era spaventato, si avventò contro la fanteria
romana. Allora i veliti iniziarono immediatamente a bersagliare dalla
distanza i pachidermi, che per sfuggire alla pioggia di dardi,
cercarono di utilizzare tutte le vie di fuga possibili. I manipoli
degli hastati romani, utilizzando lo spazio libero, semplicemente si
fecero da parte, creando dei veri e propri "corridoi" nello
schieramento romano, e lasciarono passare i grandi animali. Colpiti
dai veliti, che si erano riparati dietro le file degli hastati, e dai
principes, questi elefanti infine fuggirono addosso alla cavalleria dell'ala destra della cartaginese. Anche qui, Lelio,
al comando della cavalleria italica approfittò dell'occasione per
chiudere la partita con i diretti avversari. Tutta la
cavalleria di Annibale fuggì inseguita da Massinissa e Lelio.
Tuttavia è possibile che tale esito fosse premeditato dal generale
Cartaginese. La cavalleria di Annibale, che aspettava rinforzi da
Vermina, non era numerosa come quella romana, ed è possibile che il
condottiero l'avesse utilizzata come esca, oltre che per spingere il
nemico a credere ad una parziale vittoria, per allontanare quella
romana nel tentativo di prevenire pericoli per la sua fanteria.
Ad
ogni modo, si giunse infine allo scontro fra le fanterie.
Le prime file di
Annibale non ressero a lungo allo scontro con quelle Romane, gli astati romani
ebbero la meglio sulla prima linea cartaginese (formata da
mercenari), che iniziò ad arretrare. Ma la seconda linea (formata da
punici) impedì loro la fuga e si accese uno scontro interno nello schieramento di Annibale.
Gli astati di
Scipione erano affaticati, ma l'arrivo dei principi diede nuova linfa
all'attacco romano che portò alla rotta della seconda linea punica.
Scipione tentò di ripetere la manovra della battaglia dei Campi
Magni e mosse le sue file di principi e triari sui fianchi per
accerchiare le forze di Annibale. La manovra fallì parzialmente
poiché i veterani che Annibale mantenne come riserva nella terza
linea, lontana dalle prime due (probabilmente per contrastare una
tale mossa), non consentirono ai Romani di circondare l'esercito
cartaginese. Inoltre il terreno disseminato di cadaveri rese ancora
più difficoltosa la manovra di Scipione, il quale fu costretto a far
tornare indietro le seconde file per reggere l'urto dei Cartaginesi,
non essendo più sufficiente lo spazio d'azione.
Un ulteriore
problema derivava dal fatto che la tattica utilizzata da Scipione per
evitare la carica degli elefanti si rivelò controproducente per
contrastare le linee di fanteria cartaginese. I corridoi creati nel fronte romano infatti, non permettevano l'utilizzo corretto della tattica
manipolare, che necessitava di una disposizione a scacchiera. Perciò,
le prime fasi dello scontro pesarono direttamente sulle spalle degli astati (secondo G. Brizzi, "Il guerriero, l'oplita e il
legionario", può darsi che Annibale, schierando gli elefanti
sul fronte del suo esercito, intendesse esattamente costringere
Scipione a disporre i manipoli in colonna, invece che a scacchiera).
A questo punto la
battaglia era diventata piuttosto ardua per la compagine romana. Pur
avendo probabilmente subito perdite minori rispetto ai Punici, i
combattimenti con le prime due linee cartaginesi avevano permesso ad
Annibale di fiaccare i fanti romani, nonché di sfruttare nel
migliore dei modi la superiorità numerica. Infatti, i ripiegamenti
dei mercenari e dei cittadini punici, avevano permesso di coprire i
fianchi ai veterani d'Italia, che erano ancora freschi e saldi al
centro dello schieramento cartaginese.
Per evitare un
accerchiamento che gli si sarebbe rivelato fatale, Scipione estese il
suo fronte, assottigliando i ranghi fino a coprire tutto il fronte
punico. La battaglia era giunta ad una fase critica. Impossibilitati
alla manovra e senza i reparti di cavalleria, allontanatisi
nell'inseguimento di quelli Cartaginesi, i Romani si trovarono
impegnati in uno scontro frontale contro forze superiori in numero e
freschezza.
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Con la fanteria romana schierata al massimo dell'estensione e del conseguente assottigliamento, vista l'inferiorità numerica, torna la cavalleria che attacca i punici alle spalle. Immagine ricavata da Mohammad adil en.wikipedia CC BY-SA 3.0, https://comm ons .wikimedia.org/w/index. php?curid=17974395. |
Definitivamente
dispersa la cavalleria nemica, o forse
richiamati da Scipione,
Lelio
e
Massinissa tornarono con i loro
cavalieri avventandosi alle
spalle
delle forze
cartaginesi, creando scompiglio e massacrando il nemico.
L'
esercito cartaginese venne accerchiato e definitivamente
annientato. Era la disfatta finale di Annibale e di Cartagine.
Quella tentata da
Annibale fu una battaglia di attrito, l'unica che gli era consentita
dalle forze che aveva a disposizione. Nel suo piano di battaglia i
Romani sarebbero dovuti essere fiaccati dallo scontro con ben tre
linee (elefanti, mercenari, reclute puniche) prima di arrivare al
confronto decisivo con i veterani dell'ultima linea. Fu un delicato
equilibrio di forze e soprattutto di tempi, che Scipione fu in grado
di sbilanciare a suo favore anche in virtù della voglia di riscatto
delle legioni romane da lui addestrate dopo la sconfitta di Canne.
Tuttavia Annibale
e alcune migliaia di Cartaginesi riuscirono a fuggire.
In questa battaglia la cavalleria dei Romani ha rivestito una funzione determinante per la vittoria.
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Carta che riepiloga date e scontri durante la seconda guerra punica. Di Mediterranean at 218 BC-en.svg: Goran tek-enderivative work: Cristiano64 - Questo file deriva da:
Mediterranean at 218 BC -en.svg: Goran tek-en, CC BY-SA 4.0,https://com mons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42832111. |
Nella Roma repubblicana le legioni
erano costituite da cittadini socialmente qualificati che provvedevano in proprio alle armi, mentre i nullatenenti erano
utilizzati solo nei momenti di necessità e immessi in formazioni non
regolari. Il sistema andò in crisi con la maggiore frequenza delle
guerre e con la scomparsa della classe dei piccoli proprietari
terrieri, nerbo dell’esercito, soprattutto durante la seconda
guerra punica, fenomeno dovuto alla comparsa di grandi latifondi
ottenuti dalle conquiste, gestiti da patrizi che si avvalevano di
manodopera schiavile.
Fonti storiografiche riportano un primo
conteggio di quattro legioni durante la guerra latina (340-338 a.C.),
a cui andava sommato un numero pari di truppe alleate di fanteria e
un numero triplo di cavalleria, il quale arriva al suo apice durante
la seconda guerra punica dove l'esercito romano arrivò a contare ben
23 legioni tra cittadini romani e Socii (nel 212-211 a.C.); si
trattava di una forza pari a circa 115.000 fanti e 13.000 cavalieri
in base alle fonti, che non tenevano conto delle truppe dislocate in
Spagna, agli ordini dei fratelli Gneo e Publio Scipione.
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| Gladio |
Di norma, in battaglia i legionari
avanzavano
riparandosi dietro lo scudo e impugnando il
gladio, che veniva
utilizzato colpendo velocemente di
punta (e non di taglio)
dal
basso verso l'alto, puntando alla zona addominale.
Il gladio (in latino gladius - lett.
"spada") era il nome della spada utilizzata dai soldati
Romani. Le prime spade
dell'Antica Roma erano simili a quelle in uso nella Magna Grecia,
adottate per mediazione degli Etruschi: gli xiphos a lama diritta e
le makhaira a lama curva. A partire dal III secolo a.C., i Romani
adottarono spade di tipo celtico in uso presso i Celtiberi durante la
conquista dell'Hispania, e pertanto era definito gladius hispaniensis.
Durante il periodo imperiale il gladio fu usato nelle varianti del
tipo "Magonza" e del tipo "Pompei", per poi
essere sostituito nel III secolo nell'equipaggiamento della fanteria
dalla spatha a lama più lunga e sottile, già usata
dalle truppe di cavalleria. Non è ancora chiaro da quando si
è iniziato ad utilizzare il gladio.
- Secondo una leggenda, fu Scipione
l'Africano il primo a portare a Roma dei gladii hispanici. Subito
dopo la conquistato Carthago Nova (assedio di Cartagena nel 209
a.C.), colonia cartaginese spagnola nota come centro di produzione
delle migliori spade dell'Iberia, il generale romano pretese dai
fabbri cittadini la produzione di 100.000 spade come scotto per la
salvezza della loro comunità.
- Secondo altre fonti, i romani avrebbe
avuto accesso a spade di produzione ispanica sin dal IV secolo a.C., quando Roma affrontò la "minaccia gallica" sul suolo
italico. Fu durante la Battaglia del fiume Anio (361 a.C.) che il
romano Tito Manlio avrebbe usato un gladius hispaniensis nel duello
contro il barbaro celta che gli valse il soprannome di "Torquato"
(portatore del torque, ornamento da lui strappato al nemico ucciso).
In questo caso, si potrebbe però trattare di un anacronismo
terminologico causato dalla lunga convenzione di denominazione della
prima spada repubblicana.
Tutti i diversi modelli di gladio,
sin dal principio, venivano portati dai legionari sul fianco destro e
venivano estratti con una torsione del braccio destro. Questo per non
intralciare l'uso dello scutum (lo scudo) che veniva
portato e usato con il braccio sinistro.
Il gladius hispaniensis era arma più
versatile, il cui utilizzo nelle mischie di fanteria non si limitava
a semplici affondi (come lo xiphos degli opliti greci) ma poteva
essere impiegato efficacemente per la scherma uno-contro-uno e per
potenti colpi di taglio. Esemplare in questo senso la descrizione
dei mortiferi effetti della spada spagnola riportati da Livio
nella narrazione della seconda guerra macedonica (200 a.C.-197 a.C.).
“... I macedoni erano abituati a
combattere i greci e avevano visto solo ferite inflitte da lance e
frecce. Così quando videro corpi smembrati dal gladio romano,
braccia mozzate alla spalla, teste decapitate, viscere scoperte,
tremarono di fronte a ciò che avrebbero dovuto affrontare...”
Il legionario, soprattutto in epoca
imperiale, se ne serviva però principalmente nell'affondo. La punta
triangolare, ben affilata da ambo i lati, era progettata con
l'intenzione di penetrare facilmente le carni del nemico (Vegezio,
«con la punta si uccide più in fretta»). Le ridotte dimensioni
dell'arma, specialmente dei modelli imperiali, permetteva il suo
utilizzo nel combattimento ravvicinato imposto dal muro di scudi
(come anche con la formazione a testuggine) rispetto alla
spada lunga che richiedeva maggiore mobilità e spazio.
Il gladio era oltretutto una delle armi più usate nei combattimenti-spettacolo organizzati negli anfiteatri. I duellanti presero quindi dalla loro arma più comune il celeberrimo nome di gladiatori.
Le differenze tra le varie tipologie di gladio sono sottili. La spada ispanica repubblicana era un'arma di buone lunghezza e spessore, con una leggera curvatura della lama "a vita di vespa" o "a foglia". La varietà "Magonza", entrata in uso sulla frontiera germanica, la più "calda" del primo periodo imperiale, mantenne la curvatura ma accorciò e allargò la lama, rendendo la punta marcatamente triangolare forse con l'intento di massimizzare l'efficacia dell'arma nelle mischie serrate che permisero ai legionari di avere la meglio sui germani armati con lame più lunghe (la tipologia ebbe appunto massiva distribuzione delle terre più settentrionale dell'Impero). In Italia, nel cuore dell'Impero, entrò in uso la versione meno specializzata "Pompei", con filo rigorosamente diritto e punta non molto marcata. Il "Magonza-Fulham" era un compromesso tra le due versioni: fili paralleli ma punta lunga.
Gladius hispaniensis - Era il gladio utilizzato durante l'età repubblicana (adottato almeno dalla seconda guerra punica, ed appeso sul fianco destro di Hastati, Principes e Triarii) e i primi anni dell'impero, così chiamato per la sua derivazione iberica. Era fornito di una punta di eccezionale efficacia, capace di colpire con violenza di taglio su entrambi i lati, poiché la lama era molto robusta. Misurava 75 cm complessivi circa (con la lama di 60-66 cm x 4,5-5,5 cm di elsa) e fu utilizzato per molto più tempo rispetto ai successivi.
Gladio tipo "Magonza" - All'inizio del I secolo il gladio tipo "Magonza" era il più diffuso. Aveva la parte centrale della lama rastremata e una punta molto lunga. Le lunghezze delle lame rinvenute variano dai 40 ai 55 cm, con una larghezza nella parte superiore compresa tra i 54 e i 74 mm, mentre nella parte inferiore la larghezza era di 48 - 60 mm. Era particolarmente adatto a trafiggere con la sua punta, che poteva arrivare fino a 20 cm di lunghezza.
Gladio tipo "Pompei" - Sul finire del I secolo fu introdotto un nuovo modello di gladio, il tipo "Pompei", che aveva la lama dritta con lunghezza standardizzata sui 50 cm e larghezza nell'intervallo fra i 4 e i 5 cm. Era molto più bilanciata del "Magonza" ed era adatta per causare ferite da taglio e da affondo.
Entrambi i modelli, "Magonza" e "Pompei" avevano un'elsa (capulus) composta da impugnatura in legno, osso o avorio, protetta da una guardia semiovale in legno, chiusa a contatto con la lama da un disco di bronzo, ed erano controbilanciati da un pomello in legno o altro materiale pregiato.
Il fodero del gladio era composto da due lamine di legno sottile, arricchite da lamine di bronzo e chiuse all'estremità da un puntale parimenti in bronzo. Le lamine in bronzo potevano essere riccamente decorate con la tecnica del cosiddetto "opus interrasile". Quattro anelli di sospensione permettevano di fissare il fodero al cingulum (pratica di probabile origine iberica).
La grande protezione che offriva lo
schieramento a
Testuggine poteva risolvere efficacemente gli assedi messi in atto. Nello schieramento a Testuggine, di forma
rettangolare o quadrata, si susseguivano più file di fanti pesanti,
dotati dei caratteristici grandi scudi rettangolari e allineati
spalla a spalla. I soldati della prima fila tenevano gli scudi a
protezione frontale, in modo da formare una barriera senza soluzione
di continuità. Lo stesso facevano i componenti laterali dello
schieramento, mentre all’interno dello stesso, a partire dalla
seconda fila e a file alternate, gli scudi venivano tenuti sollevati
in modo da proteggere in alto i fanti sottostanti sia della fila
immediatamente precedente che di quella immediatamente successiva. In
questo modo si presentava al nemico una massa compatta e protetta in
modo impenetrabile, va comunque detto che la testuggine aveva due
lati vulnerabili ovvero quello posteriore e quello inferiore,
corrispondente alle gambe dei soldati che rimanevano prive di
copertura. Somigliante al carapace delle tartarughe, da cui il nome
di testuggine, I legionari potevano così marciare in modo sicuro e
agevole, senza affaticarsi, fino a una distanza minima dalle linee
nemiche, quando lo schieramento veniva rotto e si iniziava il
combattimento corpo a corpo.
Un primo esempio di formazione “a
testuggine” utilizzato dalla fanteria romana, viene menzionato da
Tito Livio durante l’assedio di Veio e di quello di Roma degli
inizi del IV secolo a.C.. In questa situazione i soldati romani
serravano le file e si avvicinavano tra loro, quasi fossero delle
tegole di un tetto che ripara dalla “pioggia di dardi e frecce”,
sovrapponendo gli scudi, tenendoli di fronte a loro ed alzati sulle
loro teste. La testuggine era una sorta di carro armato
dell’antichità, che avanzava sotto i colpi degli arcieri nemici,
limitando al minimo le perdite. Ovviamente questo tipo di formazione
aveva anche i suoi punti deboli, primo fra tutti la lentezza e per
questo era spesso utilizzata negli assedi, per avvicinarsi alle mura
avversarie, oppure in battaglia in campo aperto, quando i legionari
si trovavano circondati da ogni lato, come accadde nella campagna
partica di Marco Antonio.
Perché fosse efficace la testuggine
necessitava di grande affiatamento di reparto, coordinazione nei
movimenti ed esercitazioni specifiche, vediamo ora come Cassio Dione
la descrive: « Descriverò ora la formazione a
testuggine e come si forma. I bagagli, la fanteria leggera ed i
cavalieri sono collocati al centro dello schieramento. Una parte
della fanteria pesante, armata con gli scudi concavi semicircolari,
si dispone a forma di quadrato (agmen quadratum) ai margini dello
schieramento, con gli scudi rivolti verso l’esterno a protezione
della massa. Gli altri che hanno gli scudi piatti, si raccolgono nel
mezzo e stringendosi alzano gli scudi in aria a difesa di tutti. Per
questo motivo, in tutto lo schieramento si vedono solo gli scudi e
tutti sono al riparo dalle frecce nemiche, grazie alla compattezza
della formazione. […] I Romani ricorrono a questa formazione in due
casi: quando si avvicinano ad una fortezza per conquistarla […]; o
quando, circondati da ogni parte da arcieri nemici, si mettono in
ginocchio in contemporanea, compresi i cavalli che sono addestrati a
mettersi sulle ginocchia o a sdraiarsi a terra. così fanno credere
al nemico di essere sfiniti e quando i nemici si avvicinano, si
alzano all’improvviso e li annientano. ».